Chi ha scelto l'immagine dell'oculo di Mantegna, con il passaggio di candide nuvole nell'azzurro, per la copertina del recente libro di Salvatore Settis ( "Cieli d'Europa. Cultura, creatività, uguaglianza), Utet editore) ha saputo evocare al meglio il senso di uno smarrimento dovuto a quella sovrastante distanza siderea nella quale, se percepita come immensità, ci si potrebbe anche perdere. Al contrario, da quella chiara luce "può venire la nostra speranza per un futuro migliore sotto i cieli d'Europa". Così scrive Settis a chiusura del suo lavoro, con il quale si dimostra che dentro le vele di quei cieli bisognerà dapprima farvi soffiare venti talmente floridi da far crescere la cultura, che, non appartenendo più soltanto ad una speranza, sarà "componente vitale dell'economia e della società, ma anche della democrazia, dell'uguaglianza, della giustizia". L'immagine che avvolge le pagine di un saggio costantemente focalizzato sul "guardare indietro per andare avanti" è dunque il famoso oculo con la nuova aria che scende tutt'intorno lungo l'opera "tenue" con cui Mantegna si pone a distanza, nel suo cielo, per meglio attingere la memoria del gran teatro della Camera degli Sposi, creato per essere già nel nostro futuro. Sì, l'oculo abissale in cui si stagliano nel cielo putti e fanciulle non è altro che l'oculare di un cannocchiale puntato "dal profondo del tempo" e che, impassibile, osserva se sapremo essere consapevoli di "meccanismi più complessi di comprensione del passato, ma anche delle esperienze presenti, anche delle ipotesi sul futuro".In realtà, il libro di Settis, come l'oculo di Mantegna, ha del cannocchiale, che, nell'essere sistemato di continuo per meglio aiutarci a guardare lontano, si fa anche caleidoscopio. Caleidoscopio, perché capace di tradurre quelle sue combinazioni sapienti e creative in riflessioni inattese, ottenute mediante accostamenti o contrapposizioni caleidoscopiche per davvero. Infatti, negli specchi e nei frammenti di vetro di cui si compone il caleidoscopio di Settis appaiono altri tempi e mondi diversi che, nel ricombinarsi tra loro, illuminano le oscurità di una lunghissima storia fatta di terribili violenze, ingiustizie, contraddizioni che vengono rese comprensibili nel momento in cui si è ottenuta la "capacità di esplorare criticamente il mondo e se stessi". Ma il complesso tubo ottico di cui si è servito l'archeologo e storico dell'arte, fin dalle prime righe del suo saggio, ci sollecita a osservare bene, perché "è difficile capire" e potrebbe accaderci quello che accadde alle popolazioni aborigene quando, era il 29 aprile 1770, la nave Endeavour apparve loro nelle acque della Baia della Botanica, oggi dalle parti di Sidney. Come reagirono i nativi di fronte alla nave al cui comando c'era James Cook, master and commander di una spedizione scientifica composta da sapienti di formazione illuminista? Reagirono allo stesso modo di come spesso accade anche a noi di reagire. Scrive Settis: "quando ci sovrasta un evento o un pericolo sconosciuto (...) tendiamo a non vederlo nemmeno". Siamo presi da una forma di cecità, pratichiamo la rimozione, ci illudiamo addirittura di riconoscere quanto ci accade, ma è solo un volersi dare una precaria rassicurazione, mentre al contrario occorrerebbe analizzare, capire.A leggere i "Giornali di bordo" di Cook, l'episodio della Baia della Botanica non fu l'unico caso del genere e a testimonianza di ciò il grande esploratore più volte dovette scrivere simili considerazioni: "Siamo riusciti a sapere ben poco sui costumi degli indigeni, perché non siamo mai riusciti a stabilire alcun rapporto". Di qui il non capirsi, il richiudersi in noi stessi pur trovandoci di fronte al "tesoro enigmatico delle "cose" che precedono l'articolazione di ogni discorso" (Settis, che cita Foucault) e di qui, pertanto, la nostra incapacità di interpretare criticamente il mondo in cui viviamo. Conseguente il fulmineo interrogativo di Settis: "Siamo sicuri di intendere non solo per quel che sono, ma per quel che rivelano, le distruzioni internazionali di opere d'arte, l'incuria che affligge i monumenti e i paesaggi, il declino delle città storiche e il diffondersi dei ghetti urbani?".Colui che per molti anni ha diretto la Scuola Normale Superiore di Pisa corre con sistematica inesorabilità tra le condizioni più drammatiche del passato e del presente. E lo fa indicandoci la necessità di conquistare un'idea di cultura mai sottomessa, irriverente, aperta, quindi adeguatamente complessa, altrimenti non sapremmo "vedere la nave nemica", non riusciremmo a "fiutare gli indizi della peste" o a "riconoscere le rovine", dato che l'obiettivo sia culturale che politico è "rinascere dalle rovine", "guarire dalla peste". Così da Cook alle spietate intolleranze e devastazioni delle tante iconoclastie, antichissime o proprio adesso ancora in atto, per cui "è importante contrastare le distruzioni materiali richiamandoci a valori immateriali". E poi dalla città in rovina alla polis, mai dimenticando le rovine che ci circondano: "le chiese abbandonate, i centri storici che si svuotano, le coste devastate dal cemento, le autostrade e Tav che invadono i siti archeologici...". Dalla nave Endeavour alla "Peste" di Camus, dal racconto del preveggente Bradbury, che immagina un 2061 in cui si distrugge la Gioconda perché simbolo del fallimento della civiltà e allora "odio qualsiasi cosa appartenga al passato", fino allo svuotamento della nozione di "patrimonio culturale".Uno svuotamento che nega "la funzione di inventario della memoria storica collettiva" e che "uccide gli anticorpi alla peste che dovremmo avere in noi". E il risultato è che "città, monumenti, musei vengono pensati sempre meno come luoghi di trasmissione della memoria culturale, e sempre più come attrattori di folle turistiche". Vedi il Settis di "Se Venezia muore". Dunque, affermare in ogni campo e in ogni luogo e in ogni tempo presente e futuro "il diritto alla cultura". Lo stesso James Cook avvertì il bisogno di un cielo in comune sotto il quale aborigeni ed europei avrebbero potuto conoscere e rispettare le rispettive culture. Tanto è vero che, quasi volgendosi verso i pensieri del Settis futuro, scrisse: "Noi entriamo nei loro porti, e loro non osano opporsi; proviamo a sbarcare pacificamente, e se ci riesce va tutto liscio, se no sbarchiamo lo stesso e manteniamo il terreno con la superiorità delle armi. In quale altra luce possono dunque vederci all'inizio, se non in quella di invasori del loro paese?"