La procura vuole stabilire l'autenticità del reperto anche se il reato di truffa è ormai prescritto Da vent'anni il mistero che avvolge il papiro di Artemidoro divide illustri studiosi, tra chi ne sostiene convintamente l'autenticità e chi la falsità. La vicenda ha il sapore di una spy story e nel tempo ha scatenato violenti dibattiti accademici, suscitando la curiosità di storici e appassionati. E a un certo punto anche l'interesse della procura di Torino, che nel novembre del 2015 aprì un fascicolo d'inchiesta ipotizzando il reato di truffa. Ma per ora la verità sul papiro di Artemidoro è destinata a rimanere celata. Le indagini sono concluse e sulla scrivania del procuratore capo, Armando Spataro, giace l'intero fascicolo con allegata una richiesta di archiviazione. Una conclusione che non soddisfa appieno la procura, che sta valutando di giocarsi l'ultima carta possibile: disporre una consulenza tecnica sull'inchiostro usato per dipingere il papiro e datare così una volta per tutte un reperto che tanto continua a far discutere. L'esame dell'inchiostro pare infatti essere l'unica via possibile per svelare se il papiro è un documento autentico del geografo antico Artemidoro di Efeso, databile tra il primo secolo avanti Cristo e il secondo secolo dopo Cristo, o se si tratta di uno dei più clamorosi falsi della storia antica, prodotto nella metà dell'Ottocento. La verità sulle origini del reperto, che si trova oggi esposto al Museo Archeologico, non cambierà però le sorti dell'inchiesta penale. Il reato ipotizzato, qualora ne venisse anche accertata la falsità, è prescritto. Sono infatti passati ben tredici anni da quando la Compagnia di San Polo comprò il papiro, come originale, da un mercante d'arte d'origini armene, Serop Semonian. Un investimento importante, da 2 milioni e 750 mila euro, che avrebbe dovuto condurre il prezioso documento nelle sale espositive del Museo Egizio. Ma il papiro è stato invece relegato nelle meno frequentate stanze del Museo Archeologico. A Torino venne esposto la prima volta nel febbraio 2006 in una breve mostra organizzata da Salvatore Settis a Palazzo Bricherasio, nel bel mezzo delle Olimpiadi invernali. Ben presto cominciarono a piovere critiche e si riaccese il dibattito sull'autenticità del rotolo. Quello che per lo storico dell'arte antica Settis e per il papirologo Carlo Gallazzi, consulenti nell'acquisto, era un tesoro del primo secolo d.C., per Luciano Canfora, noto grecista e filologo, era invece l'opera del re dei falsari ottocenteschi, il greco Costantino Simonidis, che avvezzo a ricostruire testi antichi mai pervenuti sulla base di frammenti avrebbe annoverato tra i propri lavori anche l'opera geografica di Artemidoro. Sta di fatto che dopo quell'apparizione lampo, il papiro improvvisamente si eclissò e con esso anche tutte le polemiche. Qualche anno dopo in procura, a Torino, venne depositato un esposto che rimase dormiente fino all'arrivo di Spataro, che decise di dare nuova linfa all'inchiesta affidando il fascicolo al pm Laura Longo e al procuratore aggiunto Andrea Beconi. Il reato ipotizzato fu la truffa, che giuridicamente andava fatta risalire al 2004, quando la Compagnia acquistò il papiro dal mercante armeno. Nei mesi successivi i magistrati ascoltarono diverse persone, tra cui alcuni esponenti della Compagnia di San Paolo. Dal canto suo la Fondazione, che in tutti questi anni non ha mai sporto denuncia dando per scontata l'originalità del reperto e quindi anche la bontà dell'acquisto, sarebbe parte lesa nella vicenda. Insomma, dal punto di vista penale la storia è destinata ad esaurirsi. Resta invece aperto il dibattito accademico, al quale la procura potrebbe mettere fine disponendo la consulenza tecnica.