QUALCHE riflessione sollecitata dall'intervento di Roberto Alajmo su Palermo capitale della cultura 2018 pubblicato sul Corriere della sera del 22 luglio, in occasione del recente via libera del Consiglio dei ministri che ha ratificato la designazione, dello scorso gennaio, del capoluogo siciliano. Un'opportunità importante per la città e per l'Isola, osservava il direttore del Teatro Biondo, che rischia tuttavia, come già altre volte in passato, di trasformarsi in una formula astratta, di divenire una scatola vuota se non un'ennesima occasione mancata. Una preoccupazione legittima, quella espressa da Alajmo, che condivido e a cui mi allaccio per ulteriori considerazioni. Sebbene, infatti, sia guardinga nei confronti di quelli che si definiscono come grandi eventi quali, ad esempio, le esposizioni universali, le Olimpiadi e altre manifestazioni simili, perché tenacemente diffidente sulle ragioni che li muovono, ovvero le presunte ricadute economiche sulle città e sulle nazioni ospitanti, ho accolto con soddisfazione, nei mesi scorsi, la notizia relativa all'elezione della città come capitale della cultura del 2018. Ciò proprio alla luce delle motivazioni che ne hanno indirizzato la scelta. Mi ha colpito, in particolare, il riconoscimento del progetto definito come originale, di respiro umanitario e fortemente orientato all'inclusione, alla formazione permanente di un senso di creatività e cittadinanza. Bene ha fatto, dunque, la giuria a voler premiare, anche, la componente etica insita nel progetto palermitano e che sempre più, è mia convinzione, deve orientare la cultura e con essa il bene comune. Occorre, dunque, per evitare di imbrigliarsi in discussioni poco costruttive, ripartire proprio da quel senso di inclusione e cittadinanza senza il quale, indipendentemente dalla qualità e dal valore scientifico e culturale delle singole proposte, si genera solo autoreferenzialità. Non è quindi soltanto o non è più, considerate le emergenze e non ultime quelle ambientali, una questione inerente l'offerta culturale che, certo, dovrà essere originale e corposa, quanto è in gioco la capacità di elaborare un progetto che, insistendo sulla centralità del cittadino, sia in grado di scommettere sul futuro di Palermo. Bene dunque, a riguardo, la coincidenza, in un auspicabile gioco di rimandi, con "Manifesta", ritenuta tra le più accreditate esposizioni internazionali di arte contemporanea, la cui vocazione nomade è centrata, sin dalla nascita, sulla partecipazione della popolazione. Tuttavia, in questi anni è sempre più necessario, proprio in virtù di quella centralità cui accennavo, che la cultura, particolarmente quando a farsene carico sono le istituzioni pubbliche, non abdichi al valore etico recuperando, così, una funzione sociale e comunitaria. Mi appare perciò sempre più urgente, confortata anche dalle motivazioni alla base della scelta del progetto palermitano e che, opportunamente, insistono sul valore della tutela del patrimonio culturale, la necessità di ragionare, e non in senso astratto, sull'ambiente, sul rapporto natura-cultura, sull'importanza della salvaguardia del territorio, sullo smaltimento dei rifiuti che può divenire, su modello di altri Paesi europei, momento di progettazione urbanistica, architettonica, artistica e di inclusione sociale. È necessario soffermarsi, dunque, su quell'insieme di aspetti che riguardano il paesaggio, la città, la campagna, i confini, l'architettura, l'arte, la lingua, l'alimentazione, l'ambiente, l'urbanistica, la botanica, la geologia, il diritto, la salute, l'economia, la storia economica, le tecniche di costruzione e molti altri campi del sapere che probabilmente mi sfuggono e che costantemente, in una sorta di sfida continua, vanno governati dalle istituzioni e impostati mediante il conseguimento di quel delicato equilibrio tra i principi di interesse generale e le regole, se non del singolo, della comunità. La tutela del territorio, dell'ambiente, del paesaggio è non solo un inno alla bellezza della Penisola ma, al di là dei pur importanti aspetti estetici e storiografici, attenzione e salvaguardia della salute del cittadino. Ciò richiede da parte sia degli amministratori sia degli addetti ai lavori quello sguardo dall'alto, quella visione d'insieme, quella capacità di ripensare le categorie interpretative di cui ha scritto di recente Salvatore Settis in "Architettura e democrazia. Paesaggio, città, diritti civili" (Einaudi, 2017). Questo proprio perché la salvaguardia della tradizione e non del folclore, la messa in sicurezza del territorio e di chi lo abita, la trasmissione della memoria identitaria sono alla base, in concerto con l'irrinunciabile e avvincente innovazione tecnologica, del diritto alla salute, al lavoro, alla cultura, alla civiltà e alla dignità degli spazi. Presupposti ineludibili di ogni democrazia. L'autrice è ordinario di Storia dell'arte contemporanea all'Università di Palermo
la Repubblica
5 Agosto 2017
LE SFIDE DI UNA CAPITALE DELLA CULTURA
GA
Gabriella De Marco
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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