IL REGIME fascista gli impose il silenzio. La ripresa degli scavi di Ercolano doveva essere annunciata direttamente da Benito Mussolini. "Si astenga ora in avanti dal dare interviste e altre pubbliche dichiarazioni" scrive in un telegramma del 17 gennaio 1927 da Roma il direttore generale delle antichità ad Amedeo Maiuri, il soprintendente che novant'anni fa realizzò una delle imprese archeologiche più significative della storia: ampliare gli scavi ottocenteschi di Ercolano rendendo così la seconda città sepolta dall'eruzione Idel Vesuvio del 79 dopo Cristo una nuova, straordinaria attrazione per il pubblico. A questa opera è dedicato un pregevole volume appena uscito nella rinnovata serie degli Studi e ricerche del parco archeologico di Pompei: "Ercolano: 1927-1961. L'impresa archeologica di Amedeo Maiuri e l'esperimento della città museo" (L'Erma di Bretschneider 2017, 364 pagine, 132 euro). A curarlo gli archeologi Domenico Camardo e Mario Notomista che da anni lavorano nel sito vesuviano con il progetto Herculaneum Conservation Project sostenuto da 15 anni dal Packard Humanities Institute, che si realizza d'intesa con il ministero dei beni culturali. «Il grande sogno di riportare in luce l' antica città romana - scrivono gli autori - fu realizzato creando un'efficiente organizzazione di cantiere che permetteva di affrontare tutte le fasi dell' intervento, dallo scavo al restauro, fino all' esposizione nel sito dei più importanti ritrovamenti». Ed è proprio su questo ultimo aspetto, quella della valorizzazione che trasformò Ercolano in museo a cielo aperto, che il volume propone una nuova lettura dei fatti. A partire dalla pubblicazione di uno straordinario repertorio di oltre 130 immagini, in buona parte inedite, che permettono di ricostruire diversi aspetti dell' avventura archeologica di Amedeo Maiuri ad Ercolano. Molto prezioso è stato il lavoro condotto sia presso l'Archivo centrale dello Stato che tra i fascicoli, i disegni e le foto conservate negli archivi della Soprintendenza Pompei e a Ercolano stesso. Ne è venuta fuori una storia avvincente, nata con la nomina di Maiuri a soprintendente alle Antichità della Campania nel 1924. L'archeologo, con lungimirante lucidità, scrisse della necessità di riprendere lo scavo a Ercolano perché "l'abitato di Resina tende inesorabilmente a espandersi sui terreni a valle della città". I resti messi in luce nell'Ottocento erano schiacciati tra vicoli e case: ci fu anche un progetto per costruire residenze per i dipendenti delle ferrovie che non fu mai realizzato, ma la pressione sul sito era notevole. Di qui, la scelta di Maiuri di riavviare le esplorazioni. Quello che colpisce di questa impresa ("uno scavo difficile che procedeva parallelamente con il restauro e la messa in sicurezza" scrive Massimno Osanna nell'introduzione) è la modernità dell'approccio: si mettavano il luce gli ambienti, si comunicavano i risultati (Maiuri fece realizzare manifesti pubblicitari, mentre l'Istituto Luce spesso documentava le attività), e allo stesso tempo si restauravano gli ambienti, che venivano aperti al pubblico e riarredati con oggetti e decorazioni ritrovati nello scavo stesso. "Ercolano va consideratta come una città con il suo volto umano, e non come miniera d'opere d'arte" scriveva l'archeologo. Nel volume anche un contributo di Paola Pesaresi, che ricostruisce l' organizzazione di cantiere e la metodologia di restauro messa in campo a Ercolano, e un saggio di Andrew Wallace Hadrill che narra, invece, la straordinaria azione di divulgatore scientifico e per il grande pubblico realizzata da Maiuri.