Masucci a Bellenger. da noi il turismo è ripartito dal basso La riflessione «Qui si dà per scontato che il centro debba essere per forza degradato». Prima della fine dell'anno vuole regalare a chi a bita intorno a via Francesco De Sanctis una piccola rete wifi gratuita. Eppoi sta studiando una comunicazione tarata appositamente sui social per trasferire al mondo intero le vicende del suo avo, Raimondo di Sangro, il principe alchimista di Sansevero, e la bellezza del Cristo velato. Tutto questo dopo aver adottato (e riqualificato) la via che costeggia la Cappella San severo, organizzato concerti, rappresentazioni teatrali e installazioni, creato laboratori per bambini. Fabrizio Masucci dirige in città l'unico museo privato, la Cappella Sansevero, di successo. Con lui s'inizia a parlare della situazione museale in città e si finisce per discutere di Napoli: «Molto del risveglio turistico è arrivato dal basso, perché in tanti ci siamo rimboccati le mani. Dall'alto non c'è stato grande supporto». Da «privato» che cosa risponde a Sylvain Bellenger che ha detto che i musei napoletani sono trent'anni indietro? «un discorso che va allargato a tutta l'Italia. Non mi piace quando qualcuno viene da fuori a Napoli e crede di poter risolvere facilmente i problemi. Ma non mi riferisco a Bellenger, che come gli altri nuovi direttori dei musei campani sta Facendo molto bene». Torniamo ai musei napoletani. «Tendenzialmente sì, purtroppo ha ragione Bellenger. Però si è fatto molto sul marketing. All'Archeologico fino a qualche anno fa ti sorprendevi perché c'erano sale non illuminate, dove persino le didascalie non erano aggiornate. Mi ricordo che il sito nella home page aveva la storia del palazzo, mentre oggi, con il nuovo direttore, ne hanno fatto uno bellissimo, pieno di informazioni utili. Dico questo perché dobbiamo darci obiettivi sempre più ambiziosi, garantire alla quantità di turisti che sta arrivando una qualità di servizi per farli ritornare. Ma su questo versante non siamo arretrati soltanto nei musei». A Napoli manca il wifi nei musei e lei parla di marketing? «Questa domanda mi dà l'occasione per ricordare che nelle panchine poste nelle stradina davanti al museo che abbiamo adottato stiamo predisponendo delle centraline wifi per dare internet gratuito ai nostri visitatori prima che entrino. Io sono laureato in filologia con una tesi su Platone, ma il nostro sito è sempre stato bilingue. Apriamo qualche minuto prima del previsto e chiudiamo dopo l'orario ufficiale. Abbiamo adottato la strada fuori al museo perché passavano centinaia tra camionette e macchine e c'erano problemi di sicurezza. Dico questo perché l'accoglienza è un concetto molto più vasto e complesso di quello che si crede. Noi poi abbiamo delle cose normali, senza un euro pubblico, che però a Napoli nessuno aveva fatto prima di noi». Si guadagna con l'arte? «Arricchirci sicuramente no, ma riusciamo a sostenere i costi (compresi quelli del personale, tutto in regola) e a registrare un piccolo utile. Nel 2006 è salito a tre milioni, quest'anno il Financial Times ci ha inserito tra le migliori società per fatturato nel periodo tra il 2012 e il 2015, quando è cresciuto dell'86 per cento. Però accanto a questa ci sono gli investimenti, la manutenzione che secondo Bellenger a Napoli langue. Soltanto nell'ultimo anno con un consorzio di esperti abbiamo "pulito" tutta la cappella, tra settembre e novembre abbiamo restaurato l'intera area dell'altare, senza neppure chiudere un minuto, con un restauro a vista. Con Guzzini poi abbiamo creato un sistema di illuminazione a Led, capace anche di sagomare la scultura». Facile per voi che non avete a che fare con i dipendenti pubblici. «Sì, non voglio scadere in luoghi comuni, ma molti direttori di musei mi dicono che il problema sussiste. Ne ho chiamato uno l'altro giorno e non mi ha risposto perché impegnato in una vertenza sindacale. No, da noi queste cose non esistono, e forse questa è stata anche una chiave del nostro successo. I nostri custodi sono più professionali perché siamo una realtà piccola: è più facile avere da loro un contatto diretto. Invece in certe realtà sarebbe necessario snellire le procedure e i rapporti burocratici». Perché i musei non fanno rete? «Dopo gli ultimi stati generali del turismo si sta lavorando non dico per creare una rete, ma quanto meno per realizzare un coordinamento tra tutte le realtà. Però non vorrei, e so di apparire antipatico, che rete sia solo la scusa di qualcuno di attaccarsi a chi è più dinamico». più dinamico». Il Comune deve fare di più? «Erano anni che chiedevamo di poter lavorare sulla strada davanti al museo. Ci siamo riusciti soltanto con questa giunta. Detto questo noi operiamo in una zona, il centro storico che, dopo essere stata riqualificata, ha vissuto un periodo drammatico. Ora è molto viva, almeno turisticamente. Bene, io non vorrei che dessimo per normale il fatto che la pavimentazione debba fare schifo e che i muri di via Mezzocannone siano per forza scrostati e imbrattati».