Il reperto del 360 avanti Cristo fu acquistato dal museo di New York nel 1989. Ma potrebbe essere stato trafugato Un archeologo nei panni di detective. Burocrati sonnolenti. Procuratori zelanti. Mercanti impenitenti. Sono questi i protagonisti di un giallo di mezza estate, che appassiona il mondo della cultura e irrita i lettori del New York Times. Che si chiedono: "Perché l'Italia non protegge a sufficienza il suo patrimonio? "Perché aspetta che sia la giustizia americana a restituire i capolavori rubati?". Il giallo ruota attorno a un magnifico vaso del 360 avanti Cristo che raffigura Dioniso su un carro trainato da un satiro, opera dell'artista greco Python, uno dei due grandi ceramografi dei suoi tempi. Trafugato in una tomba nell'Italia meridionale, trasportato in Svizzera, venduto nel 1989 dalla casa d'aste Sotheby's per 90mila dollari, il cratere è rimasto per quasi trent'anni in bella evidenza nelle gallerie greco-romane del Metropolitan dove veniva ammirato da milioni di visitatori. Ma la settimana scorsa è stato sequestrato dalla procura generale di Manhattan guidata da Cyrus Vance, il figlio dell'ex-segretario di stato americano, e ora è in un ufficio del tribunale in attesa che venga restituito all'Italia. Il Met ha ribadito ieri sera il suo impegno "a collaborare con i governi partner per risolvere i problemi relativi agli oggetti nelle sue collezioni". Un atteggiamento più aperto e sicuramente più disponibile rispetto a quello che il museo ebbe su un altro vaso di terracotta, forse ancor più bello: il celebre cratere di Eufronio. Saccheggiato in una tomba etrusca vicino Cerveteri, acquisito dal museo newyorchese, era stato per trent' anni al centro di un braccio di ferro diplomatico tra Roma, Washington e il Met, prima di tornare in Italia scortato dai carabinieri. Il primo a rendersi conto della provenienza illecita del "nuovo caso Eufronio" è stato l'archeologo-detective Christos Tsirogiannis, che lavora all'Associazione per la ricerca sui reati contro le opere d'arte, e che nel passato è già riuscito a far restituire alla Grecia un sarcofago e all'Italia un'anfora pagata 250mila dollari. In un articolo pubblicato nel 2014 sul Journal of art crime, Tsirogiannis aveva sollevato i dubbi sul vaso esposto al Met. La ragione? Sembrava troppo simile a un pezzo fotografato con una polaroid nel deposito svizzero di Giacomo Medici. Lì, il trafficante d'arte italiano, che ha ora 79 anni, teneva migliaia di pezzi antichi, comprati da tombaroli e rivenduti in giro per il mondo. Nel 1997 Medici fu arrestato, condannato per commercio illecito di opere d'arte a otto anni di carcere, poi dimezzati per buona condotta e una amnistia. "Adesso sono un uomo libero", dice. E nega che il vaso con Dioniso sia passato per le sue mani. Ma le foto lasciano pochi dubbi. E proprio per questo l'archeologo non si è dato pace. Dopo la pubblicazione dell'articolo, si è rivolto al Met senza mai avere una risposta. Così, in primavera ha esposto il caso a Matthew Bogdanos, un magistrato di Manhattan specializzato in furti d'opere d'arte, che ha subito aperto l'inchiesta e poi deciso il sequestro. Il Met si difende: "Non siamo rimasti con le mani in mano", dicono i dirigenti. Spiegano di aver avvertito l'anno scorso le autorità italiane. Hanno poi mandato nel dicembre 2016 una richiesta ufficiale di chiarimenti al ministero dei beni culturali guidato da Dario Franceschini. Ma da Roma, solo il silenzio assordante della burocrazia, almeno per sei mesi: quando invece è entrato in azione il procuratore Bogdanos. E adesso? Il cratere Python è destinato a tornare in Italia, dicono gli esperti.