Invece di pulsare di vita, sono freddi, vuoti e polverosi. Ce ne sono decine in città: architetture importanti, talvolta d'autore, destinate ad ospitare migliaia di impiegati. Palazzoni stentorei ma muti. Come, per anni, l'immenso casermone all'inizio della via Cristoforo Colombo, che fu di una compagnia di assicurazioni: centinaia di vani inutili. Quasi in faccia, sull'altra sponda della strada che porta all'Eur, serrata da anni ecco una marmorea sede dell'Enel malinconicamente taciturna a lato di un vivace supermercato. E poi ci sono gli ex uffici, progettati da Luigi Moretti, di un importante ente previdenziale all'incrocio tra viale Regina Margherita e via Morgagni, in perenne ricerca di affittuari. Come dimenticare il «caso» del centralissimo ex ospedale San Giacomo con le sue attrezzature mediche coperte di polvere? La lista può continuare, per arrivare all'apoteosi dell'Inutilizzato rappresentata dalla ex fabbrica Leo (chimica), un orrendo ormai storico scheletro di cemento annerito sulla Tiburtina esterna. Quanti sono questi edifici «orfani» della città? Roma non li vuole con sé, li respinge. O meglio: il «sistema Roma», esaltato in un recente passato, non ce l'ha fatta a mantenere vive le loro attività e li ha abbandonati. Non si può accettare che costose e gigantesche cubature vengano lasciate per anni senza una qualsiasi utilizzazione. E che dire di faraoniche architetture come la Fiera di Roma e la Nuvola dell'Eur completamente sotto-utilizzate? A questo punto, ben vengano gli hotel degli emiri arabi e gli okkupanti nostrani. Meglio di niente.