Un piccolo tempio, databile al 500 avanti Cristo, che doveva essere uno dei più importanti della città, anche se la divinità a cui era dedicato è ancora sconosciuta. E poi la monumentale casa a peristilio, ancora scrigno di nuove sorprese, come la grande pittura parietale in primo stile pompeiano, e il ritrovamento di elementi e ambienti architettonici, databili in età romana, che testimoniano l'attività edilizia di questo sito. Sono le ultime scoperte archeologiche della missione svizzera in questa cittadella che da duemila anni sopravvive nella vallata di Monte Iato, e le cui sorti si sono intrecciate passo dopo passo con le vicende più importanti della Sicilia occidentale: un insediamento che ha mantenuto contatti con altre zone de Mediterraneo, come la Grecia e altre regioni da cui attingeva materiali pregiati per abbelire le domus patrizie. Dal primo millennio avanti Cristo, e fino alla distruzione voluta da Federico II nel 1246 dopo Cristo, questo insediamento che domina la valle del fiume omonimo (la cima è 852 metri sul livello del fiume) fu il rifugio estremo dei musulmani di Sicilia. La Regione ha affidato fin dal 1971 le campagne di scavi in concessione all'Università di Zurigo, condotte prima dal professor Bloesch, poi dal professor Han Peter Isler e recentemente da Christoph Reusser. «La campagna appena conclusa era la 47esima- racconta Reusser, che ha la- vorato con l'ausilio di 13 operai specializzati e 18 membri del suo Istituto di Archeologia tra studenti, un architetto, un fotografo, una disegnatrice e una restauratrice- realizzata come sempre in stretta collaborazione con la Soprintendenza e la direzione del Parco archeologico, guidato da Lucina Gandolfo. Gli scavi di quest'anno si sono concentrati soprattutto su alcuni santuari presenti in situ, sull'agorà e su alcune case private. Dal nostro punto di vista- continua Reusser - i risultati più interessanti sono un piccolo tempio di 7 metri per 12, che aveva probabilmente due colonne e capitelli dorici in calcare di tipo greco sul fronte: questo dimostra i notevoli influssi dell'architettura greca sacra sugli insediamenti indigeni preesistenti nell'entroterra siciliano ». Ma a chi era dedicato il tempio? «Purtroppo non lo sappiamo- risponde Reusser - ma sappiamo che è stato ricostruito varie volte nella stessa posizione dal V secolo avanti Cristo fino all'età romana, e che sicuramente era uno dei più importanti della città, visto che si trova nell'agorà, la piazza pubblica più importante della cittadella». Gli ambienti e gli elementi architettonici ritrovati risalgono all'età romana e si ricollegano alla presenza di Caio Verre in Sicilia. «Sì, possiamo dire che la città di Ietas era fiorente nelII e nel I secolo avanti Cristo fino alla distruzione parziale dovuta a un terremoto intorno al 50 dopo Cristo. I ritrovamenti di ceramica e metallo dimostrano invece i contatti con la madrepatria greca, da cui Ietas (Giato fu il nome poi in uso in epoca arabo-normanna) attingeva per i materiali pregiati, presenti in piccoli frammenti nelle case, e segno di commerci fiorenti anche con città più lontane. È altrettanto interessante lo scavo di canali di scolo di edifici privati che si perdeva nel suolo pubblico e che attesta la penuria d'acqua sul Monte». L'ex direttrice del parco archeologico dello Iato, Francesca Spatafora, ora alla guida del Museo Salinas, parla dello stato di salute dell'area e della sua possibile valorizzazione. «Rispetto alla situazione di trenta anni fa sono stati fatti passi da gigante. È stata infatti acquisita al demanio della Regione un'area vasta circa 200 ettari, a fronte di un'estensione di 40 ettari della città antica. Questo per garantire la tutela e la conservazione dell'insediamento».