LA CAMPAGNA CHIESE E MURA, SI CERCANO I RESTI DELLA CITTADELLA DEL CATAPANATO BARI com'era, prima del grande tsunami: l'arrivo in città dei resti di san Nicola d Myra, una superpotenza di santo che in pochissimi anni cambia il volto della città, la internazionalizza. Proviamo a guardarla dall'alto, in una mattina assolata come queste di un luglio del 1087. Dove ora sorge la Basilica, puntuta magnificenza bianca che fa il vuoto intorno a sé per esaltarne la centralità del ruolo, c'è ancora la cittadella del Catapanato con il Palazzo del Pretorio da dove, fino a un decennio prima, con la conquista della città da parte dei Normanni, i bizantini esercitavano il loro potere amministrativo contrapposto a quello ecclesiastico, dal 1034 espresso plasticamente dalla cattedrale di San Sabino. Scacciati da Roberto il Guiscardo, le loro proprietà sono donate all'abate Elia che proprio qui decide di far erigere il tempio nicolaiano. Accade allora che tutto quel che c'era viene spianato, fatta piazza pulita e salvata, di quel governo bizantino, solo la chiesa di San Gregorio Armeno, tuttora in piedi. Da due giorni in largo Abate Elia, nella Corte del Catapano, due archeologi dell'Università di Bari, Donatella Nuzzo, docente di Archeologia cristiana e medievale, e Giacomo Disantarosa, docente di Archeologia dei paesaggi costieri, hanno dato il via, in collaborazione con la Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggi della Città metropolitana di Bari, a uno scavo ampio trenta metri quadri. Con loro ci sono diciotto studenti universitari che li aiuteranno fino al completamento dei lavori, il 12 agosto prossimo. «Qui, dove ci troviamo ora spiega la professoressa Nuzzo sorgeva il Pretorio cinto da proprie mura, con un vestibolo per la guardia imperiale, cinque chiese bizantine tra cui tre rispettivamente dedicate ai santi Sofia, Eustrazio e Demetrio, i cui materiali, colonne comprese, vennero riutilizzati per costruire la cripta di San Nicola. C'erano residenze e orti verso il mare sino ad arrivare alle mura grandi della città e di qui al porto antistante». Quel che faranno con questa campagna sarà continuare l'indagine che, a pochi metri di distanza, era stata realizzata nel 1987 da Nino Lavermicocca. Allora erano state portate alla luce strutture murarie, resti di sepolture attribuibili alle chiese, oggetti d'uso quotidiano, tutti conservati nei depositi di Palazzo Simi ma mai catalogati, datati e descritti. «Lavoro che abbiamo fatto noi in questi anni di crisi: dal momento che non è possibile fare grandi campagne, abbiamo ricominciato da quel che era più vicino a noi, ed eccoci qui» racconta Disantarosa. Lo studioso, tra l'altro, si occuperà dal 2 agosto di effettuare una mappatura archeologica subacquea dell'area di mare prospiciente la Basilica. Si tratta infatti di uno scavo che riguarda oltre la terra anche l'acqua, «una campagna di archeologia urbana che cerca di sfogliare la storia delle destinazioni dei vari edifici e del loro ruolo in città». Proprio nelle profondità del mare è stata individuata, appena al largo, una struttura di cui molto altro non si sa. Di certo, di fronte al Fortino di Sant'Antonio ci sono ancora vecchi pescatori che favoleggiano del Monte Rosso, una secca da cui pare arrivasse il rintocco di campana di una chiesa persa nelle brume della storia senza lasciare alcuna traccia.