In un volume il censimento e le mappe degli edifici. «Operazione pazzesca». Poi il via alla ricostruzione Com'era veramente Milano nell'immediato Dopoguerra, prima della ricostruzione? Un volumone («Milano 1946. Alle origini della ricostruzione», Silvana editoriale, pp. 446) ricostruisce il Censimento urbanistico del 1946, che fu un'operazione titanica condotta in tre mesi (da settembre 1946), casa per casa, e che ha dato luogo alla compilazione di oltre 3.000 schede, una per ogni isolato, cadute nel dimenticatoio ma riscoperte qualche anno fa dagli autori della pubblicazione, gli architetti Gianfranco Pertot e Roberta Ramella (con il contributo di Ludovica Barassi, Paolo Bossi e Renzo Riboldazzi). Mappe, commissioni ed esclusioni eccellenti Questo censimento (come il piano urbanistico del 1948, per il quale il censimento doveva servire da base conoscitiva) fu realizzato da una quarantina dei migliori architetti e ingegneri della città del tempo, esclusi quelli che si ritenevano compromessi con il regime: rimasero fuori in pochi, tra i quali le «vecchie cariatidi» Piero Portaluppi e Gio Ponti... Con loro lavorarono anche molti tecnici comunali. Tra i nomi ingaggiati figurano quelli di Albini, dei BBPR, di Minoletti, Figini, Pollini, Gardella e tanti altri. Fu costituita allora una Commissione centrale e delle Commissioni di quartiere per censire gli edifici isolato per isolato compilando una mappa a colori e una scheda dello stato di fatto. Le mappe di ogni isolato appaiono oggi pasticciatissime, con scritte e colori che individuano destinazioni d'uso e lo stato di conservazione: edifici distrutti, demoliti, sinistrati o passibili di recupero . «La collazione delle mappe da noi effettuata racconta Gianfranco Pertot , ha composto un atlante della Milano del 1946, l'immagine di un grande corpo urbano ferito, con l'indicazione di tutti gli edifici danneggiati o distrutti dalla guerra. Una Milano fatta poi a pezzi dalla ricostruzione». In effetti un revisionismo anche nella storia dell'Urbanistica potrebbe partire dai dati raccolti in questo volumone che consentono di mostrare ampie cancellazioni di brani urbani attuate dalla ricostruzione. Non che si dovesse conservare una città in rovina come testimonianza; tuttavia è curioso notare che oggi si propongano ricostruzioni di alcuni di questi brani e di alcuni modelli edilizi allora rimossi o vituperati. Il bilancio finale e la possibile ricerca Ciascun cittadino se abita in zone relativamente centrali e in edifici Vecchia Milano può andare su questa mappa, cercare casa sua e vedere in che stato si trovava nel '46 (evitiamo di incominciare a dire che si potrebbe digitalizzare ecc. ecc; per chi vuole c'è questo volume). «Fu un'operazione pazzesca», racconta Alessandro Tutino, ultimo sopravvissuto tra coloro che realizzarono il censimento. Tutino era uno studente che lavorava per Albini... «Andavamo in bicicletta Era difficile compilare le schede. Dovevamo entrare in ogni edificio, superando a fatica lo sbarramento delle portinerie e dei custodi E si doveva soprattutto superare la reticenza, le assenze, i timori che venivano espressi dagli abitanti degli stabili e dai titolari di attività produttive che temevano di essere a breve costretti a spostarsi in zone più periferiche». Poi i compilatori si trovavano ogni settimana per confrontare le schedature e dibattere. Compilarono l'elenco di tutti gli edifici distrutti e degli edifici danneggiati (in appendice al volume), bilancio definitivo del danno bellico. Il riordino urbano guidato dai modernisti La ricostruzione divenne un'opportunità di riordino della città cariata, con l'allontanamento delle aziende dai fumi molesti, la ricerca di sicurezza e la costruzione di un nuovo ordine urbano improntato a quella «Architettura civile» introdotta da Francesco Milizia nel dibattito architettonico italiano. Norme di igiene, distanze, allineamenti prevalsero sulla cultura della stratificazione del palinsesto urbano. Fu un'esperienza unica per alcuni protagonisti dell'architettura, un'occasione irripetibile per dare un volto radicalmente nuovo alla città, con i «modernisti» in prima linea nella stanza dei bottoni. Ma fu anche, come indica Pertot, «una occasione buttata per manifesta incapacità culturale di una generazione intera di rapportarsi con la storia e con il multiforme spessore della compagine cittadina».