Si è concluso il restauro del Ponte di Chiaia. Quella mirabile opera, dove l'arte sposa l'ingegneria, è dopo tanto tempo libera dalle impalcature. Chi andrà a salutarla dopo la rinascita, avrà l'impressione che tragga sospiri di sollievo. Può anche darsi che, volendo mostrare gratitudine, essa racconti al visitatore la propria storia. La quale parte dal sentiero scavato anticamente dal letto del torrente che scorreva tra gli strapiombi del monte Echia e i declivi fitti di querce e mortelle del colle di San Martino. Da quel viottolo nacque duemila anni fa il tratto iniziale della «via Puteolana». Ed è interessante notare che nello stesso periodo i romani si confrontarono nei Campi Flegrei con un complicato problema. Quello di saldare la spaccatura del monte Grillo e consentire la prosecuzione della «via Domiziana» che era in corso di realizzazione. La difficoltà venne splendidamente superata mediante l'erezione dello spettacolare «Arco Felice». Quel ponte romano può essere considerato un remoto antenato di quello di Chiaia. Da esso, infatti, trasse ispirazione il viceré conte di Monterey quando nel 1636, volendo collegare l'area di Pizzofalcone con quella delle Mortelle, compì un intervento analogo erigendo il monumento oggi tornato a splendere dopo il restauro. Nel 1834 la costruzione seicentesca minacciava di crollare. Bisognò sottoporla a lavori a lavori di consolidamento che incisero sulla raffinatezza della struttura. Per rimediare alla perdita, il re Ferdinando II chiese a una triade di scultori aggiungere qualcosa per illeggiadrirla. Due di essi, Angelini e Calì, modellarono gli stucchi dell'«Allegoria dei Borbone». Ma dopo l'Unità le due fanciulle alate furono costrette a gettare l'emblema borbonico, sostituendolo con lo stemma sabaudo. Quella alterazione di un'opera d'arte per motivi politici fu un atto vergognoso. Fu invece rispettata, sul lato opposto, la coppia dei cavalli rampanti, in quanto blasone della città di Napoli. Tommaso Arnaud, artista che scolpì i destrieri, abitava ai Gradoni di Chiaia. Per questa ragione eseguì l'incarico mettendoci una cura particolare. A quanti si dilettano a studiare la storia sui documenti dell'epoca suggeriamo pure la lettura delle due epigrafi apposte all'interno del fornice. La prima scritta ricorda l'impegno civico che accompagnò la costruzione del monumento. La seconda è invece dedicata al rifacimento ottocentesco. Un'ulteriore sorpresa procurerà forse la scoperta che il ponte è costituito da due arcate. Non da una, come molti credono. La seconda arcata, apparentemente affetta da timidezza, sta nascosta nel cortile di un palazzo, al numero civico 175 di via Chiaia. Non è abbellita da sculture, ma merita ugualmente uno sguardo. Se non altro a conferma che Napoli, oltre ad essere piena di bellezze, è pure un'inesauribile miniera di curiosità.
Corriere della Sera
23 Luglio 2017
Napoli. Gli stemmi sul ponte di Chiaia
CA
Carlo Kinght
Corriere della Sera
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Bene culturale
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