La firma dell'accordo per far ripartire i lavori per la riqualificazione dell'area di Bagnoli non può che essere accolta come una notizia positiva. Dopo molti anni d'incertezza, e poi di blocco totale, si restituisce alla città la speranza di poter trasformare il proprio territorio. Tutte le principali metropoli del mondo cambiano di continuo il proprio volto, senza particolari travagli. A Napoli, dopo le speculazioni degli anni '50 e '60 del ventesimo secolo non si è mosso più nulla, l'assetto urbanistico dell'intera area urbana è rimasto sostanzialmente immutato rispetto al disegno del laurismo. Paradossalmente, dopo «le mani sulla città» nessuno ha più messo mano alla città. Bagnoli rappresenta, da oltre vent'anni, una grande occasione per iniziare nuovamente a pensare lo spazio urbano e il suo sviluppo. Purtroppo quell'occasione è rimasta solo una speranza, frustrante come tutte le speranze che durano troppo a lungo. La svolta impressa dall'accordo siglato martedì è, quindi, senza dubbio da salutare come un elemento positivo, sia perché restituisce slancio a un progetto che sembrava irrimediabilmente compromesso dalle indagini giudiziarie e dal fallimento della società di trasformazione urbana, sia perché, per la prima volta da molto tempo, le istituzioni territoriali e il governo hanno trovato un'intesa, attraverso un modus approntato da Claudio De Vincenti che c'è da augurarsi diventi il benchmark del dialogo anche in futuro. Detto questo, ci sono un paio di considerazioni che vale comunque la pena fare. Sul piano progettuale, devo confessare di non aver capito cosa si farà dietro la spiaggia e soprattutto in quali tempi e con quali risorse. La bonifica dovrebbe avere la copertura finanziaria ed essere effettuata in tempi certi. Il resto delle opere non è chiaro quali siano, se siano private o pubbliche, quando e come verranno realizzate. E ciò non senza dire che nessuno spiega chi e con quali mezzi dovrà gestire e sorvegliare un parco di 120 ettari. Anche le dichiarazioni del ministro Delrio sul prolungamento della metropolitana restituiscono la sensazione di un quadro progettuale ancora in via di definizione. Se non è ancora chiaro quale linea della metro arriverà a Bagnoli, se la 6, la 2 o addirittura una nuova, le stazioni alle quali fa riferimento il progetto approvato che cosa sono? Viene da pensare che il commissario e il ministro, organi dello stesso governo, non si siano confrontati durante la redazione del piano di sviluppo della nuova Bagnoli se dopo la firma si inizia a discutere di come ci si dovrà arrivare e, soprattutto, con quali risorse si pagheranno i nuovi binari. Il rendering diffuso dalla stampa è molto bello e c'è da sperare che si possa davvero specificare e poi realizzare e gestire tutto quello che si è detto; ma, allo stato, sembra che l'unica cosa sicura sia la bonifica che, a meno che la magistratura non accerti il contrario nel giudizio in corso, è già stata fatta qualche anno fa. Il punto su cui si era bloccata la vecchia società di trasformazione era lo sviluppo dell'area, non la sua bonifica. Sotto questo aspetto, non è chiaro quale sia l'elemento nuovo che dovrebbe sbloccare i progetti, soprattutto quelli finanziati dai privati. Ha forse ragione Marco Demarco quando dice che si tratta dello stesso progetto, e con gli stessi problemi, di Vezio De Lucia, il quale infatti è soddisfatto. Se è così, però, è necessaria una riflessione sul significato politico di quanto è accaduto. Il giudizio dei diversi commenti di questi giorni è, in estrema sintesi, che si tratta di un successo del governo, e del ministro del Mezzogiorno in particolare, e di una mezza sconfitta del sindaco che avrebbe ottenuto alcune modifiche. Tuttavia, dopo tre anni di braccio di ferro tra il Comune e i commissari, non si capisce bene quali fossero i punti di disaccordo sul progetto. Quello presentato alla stampa, per quanto generico, sembra molto simile a quello che la vecchia società di trasformazione urbana stava attuando quando è stata fatta fallire, per cui andrebbe spiegato ai cittadini quali sono state le divergenze principali e se davvero erano così importanti da perdere altri tre anni per superarle. Se tutto si riduce al solo arretramento di Città della Scienza, che peraltro credo fosse già previsto sin dai primi progetti, sembra davvero di essere di fronte a un falso movimento, al riavvolgimento di un nastro lungo venticinque anni, senza che nessuno si sia dato cura di spiegare perché i commissari del governo dovrebbero riuscire dove le istituzioni locali hanno fallito.