Grandi: la comunicazione è un problema, alcune esposizioni sono invisibili A Roberto Grandi, presidente dell'Istituzione Bologna Musei, chiediamo cosa si fa e cosa si potrebbe fare per rilanciare l'interesse per i musei. Nonostante i dati disponibili sugli ingressi del periodo gennaio-aprile 2017 indichino un aumento delle presenze, le sale sembrano vuote «Solo una parte dei visitatori di Bologna frequenta i musei. Ma sta crescendo in modo notevole il numero degli stranieri. Tenete conto che si fermano in media due giorni, il tempo per mangiare e vedere la città. Le collezioni fanno fatica a entrare in un soggiorno così concentrato». Rimane vincente l'idea di Bologna città del cibo e museo all'aperto? «Un dato è significativo: le Collezioni comunali d'arte hanno ottenuto un incremento di visitatori del 74 rispetto al 2015. Perché? Non ci sono grandi mostre, sono mal segnalate tra tanti altri cartelli del Comune, sono all'ultimo piano di Palazzo d'Accursio. Ma si trovano in una posizione centrale: il turista che arriva in piazza Maggiore trova comodo visitarle. Sul Palazzo stiamo pensando vari interventi: rendere visitabile l'orologio, installare un bar all'ultimo piano, migliorare la qualità dell'informazione». Nessun museo all'ingresso ha un dispositivo informativo, magari multimediale, che spieghi chiaramente cosa è e cosa vi si può vedere. «Quello della comunicazione è un problema. Passi davanti all'Archeologico e sembra un portone come un altro, tra le vetrine del Pavaglione. Davanti a ogni museo dovremmo mettere stendardi che segnalino tre-quattro oggetti imperdibili e migliorare l'informazione multimediale. C'è un'altra questione. Le guide, durante l'anno, non portavano i gruppi perché di giorno erano visitati dagli studenti e al pomeriggio li trovavano chiusi. Stiamo cercando di rimediare con le aperture pomeridiane estive. Verificheremo se fanno incrementare le presenze». Ci sono luoghi, come il Medievale, che potrebbero far vivere affascinanti viaggi nel passato «Il Museo Medievale risente di una difficoltà a raccontarsi. Dobbiamo migliorare la narrazione di questi luoghi, tenendo conto che si rivolgono a tre tipi di pubblico: quello delle scuole, che assicura più di 90.000 presenze l'anno, i cittadini e i turisti. Su questi bisogna lavorare di più, ma è un compito globale dell'accoglienza. Gli albergatori, abituati finora a un turismo da fiera, devono misurarsi con questa differente domanda, attrezzandosi per facilitare il visitatore a incontrare la cultura della città». Molti musei, a parte il Mambo e l'Archeologico, sono decisamente carenti nell'uso dei social. «Ci sono però alcuni siti che funzionano molto, come quello della Certosa storica. L'Istituzione deve attivarsi per mettere in moto su questi temi i singoli soggetti. Ci vogliono tempo e progetti. C'è da notare, però, che sono aumentate attività come laboratori, conferenze, incontri, che fanno vivere i musei oltre il momento della visita, ma non portano biglietti». I codici QR per la lettura di informazioni scritte sugli smartphone, abbastanza diffusi, sembrano uno strumento invecchiato. «Bisogna ripensare il sistema informativo e magari lavorare a un'app condivisa. Bisognerebbe riuscire a fare dei musei snodi di altri ambiti. Ora c'è una grande effervescenza spontanea. Le chiese aprono i loro tesori, come la terrazza di San Petronio. Manca un'enfatizzazione delle parti permanenti delle collezioni, dei pezzi di pregio, come per esempio la prima stampa musicale del 1502 al Museo della Musica. Per narrare i musei abbiamo messo al lavoro una classe di Bottega Finzioni. A settembre ci faranno delle proposte: ci auguriamo siano dirompenti».