Il secondo giorno di lavoro a Milano si è fatto indicare un negozio di biciclette. Al direttore della Pinacoteca di Brera (super dirigente, filo diretto con il Ministro della Cultura Dario Franceschini) hanno consigliato Rossignoli, in corso Garibaldi. Da allora sono passati due anni James Bradburne gira per la città pedalando. La sua, ammette, non è poi questa grande impresa sportiva. «La mia vita ruota tutta intorno al Museo, vivo in una sorta di quadrilatero allargato, raramente mi capita di dover mettere a dura prova il fiato», confessa. «E se mi spingo oltre questo perimetro, uso i mezzi pubblici». Curiosità: se la metropoli si riduce a un quadrilatero, cosa avrà visto fino ad ora l'architetto anglocanadese? Domanda a caso: il Cimitero Monumentale? Beccato, è no. «Magico, ne sono affascinato, ma lo conosco solo dalle foto!». Allarga le braccia, sospira, «per me è... lontano». Poi racconta: «Non avevo nessuna idea di Milano prima di stabilirmici. Sto recuperando, giorno dopo giorno». Così snocciola basiliche, chiesette, pinacoteche, case-museo, luoghi d'arte e architetture diventati oramai familiari e conclude citando Fondazione Prada e Hangar Bicocca. «Abbastanza lontani, no?». Il manager dei musei, che parla correntemente cinque lingue, ha un palmares lunghissimo che include, negli ultimi venti anni, il Museum fuer Angewandte Kunst di Francoforte, la Next Generation Foundation a Londra, e il Nemo di Amsterdam. Chissà cosa pensa di Milano. «Sono un grande fan, nessuna delusione». E aggiunge: «Mi affascina il suo ricco ecosistema, persone che lavorano con passione in uno stesso settore, da angolature diverse. Sono un bibliofilo», racconta, «e qui trovo artisti che creano libri, minuscoli editori, stampatori di qualità, artigiani di ex libris. Ed è così in diversi campi. Una ricchezza non frequente». Scatta il confronto con altre città. «Non c'è a Francoforte, ad esempio, mentre la trovi a New York, però rumorosa, brutale, per godertela devi lottare. C'è anche a Londra, meravigliosa, peccato che per attraversarla da un lato all'altro ci vogliano quasi due ore. Milano invece è facile, e non solo perché hai tutto sottomano». Nel capoluogo lombardo, Bradburne è però arrivato dopo Firenze (direttore della Fondazione Palazzo Strozzi, dal 2006 al 2015), dalla bellezza unica e immediata. Non c'è rimpianto? «Affatto. Mi piace l'urbanistica meneghina, le diverse stratificazioni storiche, gli anelli stradali che la compongono. Però ho ancora una casa in Toscana, è un su e giù continuo». Sfida. Lo aveva dichiarato a inizio incarico. «Voglio fare innamorare i milanesi della Pinacoteca, rimetterla nel cuore della città». Ora aggiunge: «L'obiettivo è farli tornare, fidelizzarli». Negli ultimi mesi ci sono stati I Dialoghi (piccole mostre centrate su capolavori), il Ballo (che potrebbe diventare la versione estiva della Prima della Scala), la rosa di Brera (brevetto dei rosai Barni). Ma lui guarda già oltre. Anticipa: «L'autunno del prossimo anno apriremo Palazzo Citterio, che ospiterà la collezione moderna». Sa di muoversi su un terreno minato. Con signorilità dice: «Quaranta anni di dolorosa storia cittadina, ma nessuno dei miei predecessori, Ettore Modigliani, Fernanda Wittgens, Franco Russoli, che sognavano e ipotizzavano la Grande Brera, ha mai goduto dell'autonomia che mi è concessa oggi». Pausa di relax, dove va il super direttore? «Se dico che mi basta scendere dal mio ufficio nelle sale ad ammirare la collezione, oppure fare ancora un piano di scale ed entrare nell'Orto Botanico, suono troppo ossessivo?».