«Perplessità, come architetti, ne abbiamo sempre avute sul progetto del Comune su piazza del Carmine. Alcune simili a quelle esposte da Gianni Biagi e Simone Siliani sul Corriere Fiorentino . Ma ormai siamo pessimisti. Pare si voglia sempre andare avanti per una strada già decisa. Lo abbiamo visto su piazza del Carmine, temiamo anche per piazza dei Ciompi e piazza Brunelleschi». Roberto Masini è presidente uscente dell'Ordine degli architetti (fa ancora parte del direttivo) ed ha seguito tutto l'iter delle scelte di Palazzo Vecchio su piazza del Carmine. Masini, Biagi e Siliani scrivono: prima dell'estetica, pensiamo alla vita della piazza. Non basta un boschetto... «Bisogna anche però dire che Carmine non ha mai brillato nella storia. Negli anni '20 era ancora sterrata e c'erano tigli ai lati della piazza. Le alberature non sono una novità: ma Carmine non ha mai goduto di una organizzazione ed arredo, come invece successo a piazza Indipendenza, che da grande impianto vuoto si è poi strutturato come giardino. Per il Carmine, questa poteva essere la bellissima occasione per ridisegnare uno spazio urbano. Ma ormai, quando si fanno queste operazioni, la cittadinanza viene ascoltata solo per dare forza a idee già presenti in seno all'amministrazione, per giustificare progetti già alla fase esecutiva». C'era stata anche una controproposta, che aveva coinvolto residenti e università. «L'università ha fatto un processo di partecipazione, coinvolgendo alcuni cittadini. L'Oltrarno ha visto sempre i cittadini partecipare. L'amministrazione non ascolta, non gli interessa avere un dialogo con i cittadini in generale. Ha una sua idea, o vuole vestire di un bell'abito un luogo, senza conoscere le attese vere di chi vive la città. Quella per piazza del Carmine è una soluzioni che può piacere ad un turista che viene mezza giornata per vedere la cappella Brancacci. Una piazza deve servire prima di tutto ai residenti: questa doveva essere la partenza». Non vi è piaciuto quindi il modo di coinvolgere i cittadini? «Hanno usato un escamotage a posteriori, proponendo e facendo vedere solo i colori e le materie da utilizzare a cantieri aperti. Questa non è partecipazione, è comunicazione. Non si tratta di arredare un salotto. Una piazza così grande, in un quartiere così fiorentino, meritava un percorso diverso». Vi convinceva più la proposta dell'università? «La proposta dell'università ragionava sulla sistemazione della piazza con l'inserimento del verde su alcuni coni ottici verso la facciata della chiesa, con una piazza con più spazio possibile a disposizione. Era una sorta di "piazza del Campo" con all'interno nuovi elementi di arredo urbano senza alterare le percezioni di chi arriva dalle varie vie sulla piazza. Vede, per questo noi proponiamo sempre di usare la formula del concorso, dopo il percorso partecipativo. Prima si raccolgono le istanze della cittadinanza, indicando le funzioni, le attenzioni per la vita sociale, lLe attese, le speranze, la voglia di vivere quel luogo. Ingredienti che entrano dentro ad un bando di concorso, poi il progettista interviene su queste linee. Si fa in tutta Europa. A Firenze si ostina a escludere questo modello. Senza un percorso condiviso, le soluzioni saranno sempre criticate. E se si continua a non farlo, si ripeterà lo stesso errore. Quella piazza è di tutto il mondo, i fiorentini hanno una responsabilità enorme quando intervengono su queste piazze». Ma molte piazze hanno problemi, come quelli di convivenza tra comunità straniere, degrado e vivibilità di piazza Indipendenza. Una piazza "politica", aperta, poi diventata un giardino. Bisognerebbe intervenire anche lì? «Assolutamente sì, sempre con questo modello, anche quando non si fanno interventi "pesanti". L'osservazione dei fenomeni sociali è alla base di qualunque intervento. Piazza Indipendenza è simmetrica, nasce da una geometria di fine '800-primi del 900. Chi attraversa la piazza ha segnato con dei viottoli delle direttrici che collegano funzioni, togliendo l'erba. Ci sono già tracciati spontanei: qualcuno li ha visti? Piazza Indipendenza è attrattiva nelle due parti in cui è divisa per comunità diverse. Qualcuno si è interrogato su questa presenza, sul perché è nata questa presenza? Solo così si può capire la gestione di uno spazio pubblico, per le potenzialità degli sviluppi futuri dell'uso della piazza. Sono i "caratteri distribuitivi" di un luogo, che vanno a consigliare il modo giusto di pensare il futuro. In piazza Indipendenza si fronteggiano i residenti e alcune comunità che la vivono, quest'ultimi non sempre con il rispetto dovuto ai luoghi ed alle persone. Non è giusto che i residenti sopportino certe derive di chi la occupa in modo improprio. La domanda è: come permettere a tutti, in modo democratico, la vivibilità della piazza? Come governare questo fenomeno? L'urbanistica disegna e ridisegna capendo i fenomeni». E magari curando il «follow up»: dopo un intervento, curare eventi, attività, la vita delle piazze... E ora è stato deciso di far traslocare definitivamente il mercatino delle Pulci da piazza dei Ciompi in Largo Annigoni. «Se il progetto è mal realizzato, e se poi il luogo viene abbandonato, rischia di non funzionare o creare situazioni peggiorative. Alcune piazza sono uscite dall'oblio, in Europa, o altre che hanno subito fenomeni opposti, da piene di vita hanno perso identità. È il rischio che vediamo per il Carmine ma ora anche per piazza dei Ciompi. Purtroppo, piazza del Carmine l'ho dato persa un anno fa, quando ho capito che l'amministrazione non voleva ascoltare la popolazione. Per i Ciompi, temo saremo costretti a cambiarle nome: da piazza a Giardino dei Ciompi, se tolgono il mercatino delle Pulci e realizzano un giardino ottocentesco. Stravolgendo identità e futuro di quel luogo».