LA statale Jonica che porta da Taranto a Reggio Calabria attraversa quella fetta di area industriale ubicata tra il porto mercantile, da un lato, e le imponenti sagome circolari delle cisterne dell'Enichem e della Cementir dall'altro. La strada sembra condurre in un girone infernale, si viene assaliti da un forte odore che sa di benzina. Quando il vento spira verso il mare l'aria diventa acre, malata, è difficile anche respirare. Il paesaggio è popolato da mostri d'acciaio, quelli che presidiano le strutture portuali e quegli altri arroccati intorno agli stabilimenti. L'impressione è che la storia di quei luoghi non possa che avere l'odore della benzina e l'aspetto poco salubre del polo industriale. Ma non è così. Chi percorre quella strada di solito fa fatica ad accorgersi di un piccolo polmone verde, affogato tra gli impianti e le ciminiere che scorre rapido sul fianco della statale. Circondato dai cipressi e da una vegetazione piantumata di recente, sorge l'antico monastero di Santa Maria della Giustizia; assomiglia ad un oracolo che ripete una storia che ha il sapore del medioevo. Un luogo di passaggio tra la via Appia e il mare, che sorge a due passi dal fiume Tara, uno di quei corsi d'acqua che segnano il territorio di Taranto e gli donano preziose risorse idriche, oggi purtroppo contaminate dalle industrie. Santa Maria della Giustizia fece un tempo tesoro di quella posizione geografica. I monaci benedettini, che fondarono il primo insediamento, chiamato Santa Maria a Mare, sfruttarono proprio le risorse del territorio: la pesca, le acque per l'irrigazione dei campi, l'agricoltura, il pascolo. E poi c'era il mare e la via Appia, i viaggiatori e i pellegrini che, secondo la tradizione, qui sostavano trovando riparo tra le mura dell'ospedale medievale. Il monastero divenne convento quando vi si stabilirono gli Olivetani, alla fine del '400, i quali finirono per costruire ulteriori strutture conventuali, chiostri e orti dedicati alla coltivazione di piante officinali. Di tutto questo oggi rimangono importanti testimonianze: la chiesa, con le sue forme semplici e le decorazioni scultoree dei portali che rimandano ad una tradizione angioina e a una lingua dalle inflessioni gotiche, le strutture dell'ospedale e quelle del convento, l'orto all'interno, le mura che proteggono l'intero impianto. Grazie ad un finanziamento di oltre due milioni di euro relativo ai programmi Poin (Programma operativo interregionale 20072013) l'intero monastero è stato oggetto di interventi di restauro seguiti direttamente dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto e dall'architetto Augusto Ressa. I lavori si sono conclusi di recente e sono stati mirati non soltanto al recupero della maggior parte delle strutture, ma anche alla valorizzazione degli ambienti, attrezzati per diventare sale per convegni e spazi per attività culturali. Un'operazione che sarebbe da indicare come esemplare e che in altri casi avrebbe di certo rivitalizzato in modo significativo un impianto così ricco di storia e di cultura. Nel caso di Santa Maria della Giustizia, però, occorre fare i conti non soltanto con quanto sta intorno al monastero, ma con l'aria che ci gira sopra. I tecnici della Soprintendenza, che al momento garantiscono la fruibilità del sito, sono attenti a non esporre i visitatori a permanenze prolungate all'aperto, concentrando preferibilmente l'attenzione sui locali chiusi del monastero. Visitare così Santa Maria della Giustizia costituisce un'esperienza singolare che tuttavia lascia l'amaro in bocca, in tutti i sensi. L'impressione che si ha è quella di aver osservato un luogo in parte derubato della propria storia e soprattutto decontestualizzato. Quelle attività dei monaci, legate alla pesca, all'agricoltura, alle coltivazioni delle erbe medicinali, sono difficili da immaginare. Quando ci si affaccia dalle terrazze dell'attuale convento e si guarda verso la costa, la vista è ostacolata dalle cisterne delle raffinerie, il mare si fa fatica a vederlo, allo stesso modo quando si rivolge lo sguardo verso terra, cercando di individuare il percorso della via Appia, che pure è segnata nelle carte stradali come parallela alla statale Jonica, l'orizzonte è dominato dalle ciminiere della Cementir e dell'Eni. Il nome di S. Maria della Giustizia, inoltre, ricorre nel controverso progetto Tempa Rossa, un'imponente operazione di estrazione petrolifera che, dai giacimenti lucani della Valle del Sauro dovrebbe portare gli idrocarburi sino al porto di Taranto, grazie a un monumentale sistema di canalizzazione (oleodotto Viggiano-Taranto), che passerebbe poco distante proprio dal monastero. Un'operazione che al momento giace tra le polemiche e l'opposizione della Regione Puglia e sembra non dover essere realizzata in tempi brevi, ma il pericolo è che questo ennesimo attentato al paesaggio sia soltanto rimandato. D'altra parte le vicende contemporanee che hanno riguardato la città di Taranto hanno inciso profondamente sulle testimonianze del passato antico, medievale e moderno della città. Soprattutto hanno alterato quell'equilibrio tra ambiente e insediamenti religiosi, economici e sociali che ne giustificava la stessa esistenza. Così Santa Maria della Giustizia somiglia sempre più ad un'isola del passato che, nonostante gli sforzi di alcuni, fa fatica a mostrarsi, nascosta com'è dai cipressi e dagli interessi degli uomini. Per visitare il Monastero di S. Maria della Giustizia rivolgersi alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto - Ufficio Taranto in via Duomo 33; info 099.471.35.11; e-mail sabaple.urpbeniculturali.it.