Si è chiusa il 12 luglio a Cracovia la 41 sessione del Comitato Unesco per il Patrimonio Mondiale che, a Venezia, verrà ricordata per l'iscrizione nella lista dei siti di interesse globale dei "sistemi di difesa veneziani costruiti tra il XV e il XVII secolo a Bergamo, Peschiera, Palmanova e Cattaro (oggi in Montenegro). Ma a Cracovia il Comitato Unesco avrebbe dovuto decidere anche - e soprattutto - sulla iscrizione, o meno, di Venezia nella lista dei siti patrimonio dell'umanità oggi in pericolo. Iscrizione richiesta dallo stesso Comitato nella sessione di Doha del 2014 sulla base di una istruttoria alla quale, incredibilmente, l'Italia non aveva contribuito con le sue deduzioni per aver «fornito la maggior parte delle informazioni relative alle nuove costruzioni e agli sviluppi infrastrutturali in Italiano» e non in una delle lingue di lavoro dell'Unesco. In quella sessione si era deciso di rinviare la decisione a Istanbul nel 2016, che a sua volta l'ha rinviata a quella di Cracovia. A Cracovia il Comitato ha continuato sulla stessa linea, rinviando la decisione alla sua 43ma sessione che si terrà nel 2019. Apparentemente un nulla di fatto. In realtà un passo in avanti; che il Comune di Venezia, questa volta convintamente assistito dal Ministero dei beni Culturali, si è guadagnato mostrando di voler affrontare il problema dell'impatto dei flussi turistici sul centro storico e di star lavorando per evitare alle grandi navi passeggeri il passaggio davanti san Marco, ma contemporaneamente facendo prendere atto all'Unesco che «Venezia è caratterizzata da una economia complessa che si basa sulla importanza strategica del porto di Venezia e del correlato hub industriale di Porto Marghera». Il risultato è che si è guadagnato del tempo: l'Italia dovrà presentare un nuovo rapporto entro il 1 dicembre 2018 per preparare la decisione finale del Comitato per il Patrimonio mondiale nel 2019. Un rapporto nel quale occorrerà parlare alla suocera, Unesco, perché le nuore, Venezia e Italia, intendano, per ridefinire obiettivi e strategie della conservazione nel lungo periodo del bene culturale Venezia. Un compito tutt'altro che facile perché comporta la necessità di affrontare e rimuovere false convinzioni fondate, per dirla alla moda, su fake analisys diffuse da fake news, come quelle che stanno disgraziatamente portando all'assursità del quinto referendum sulla separazione tra Venezia e Mestre. Il punto di partenza, decisivo, sta nel convincere l'Unesco a tornare all'approccio olistico del suo «Rapporto su Venezia» del 1969. Non si può discutere di eccesso di turismo, morfologia lagunare, calo di residenti, sviluppi portuali offshore o dentro la laguna, etc come tanti problemi separati, senza valutarne le connessioni sistemiche. In un approccio olistico dovrebbe apparire immediatamente chiaro che il destino del bene culturale Venezia, dell'urbs storica lasciataci dalla Serenissima, è, prima di tutto, nelle mani della civitas veneziana, una comunità che vive oggi nella grande Venezia metropolitana (la prima fake analysis, falsa credenza, da rimuovere è che esistano due comunità veneziane una lagunare ed una di terraferma separabili senza danni); che la comunità della «grande Venezia» può contare su una base economica di respiro globale ( porto, manifattura costiera, aeroporto, formazione superiore, ricerca, esposizioni d'arte, etc); che può permetterle di non dipendere dal solo turismo, il cui eccesso che tanto preoccupa l'Unesco-- sta uccidendo l'anima della città storica; che dal punto di vista quantitativo il blocco porto-logistica-quasi manifattura-manifattura è quello che può generare più redditi da destinare anche al mantenimento dell'urbs storica; che lo sviluppo portuale, quello commerciale da privilegiare rispetto a quello passeggeri, ridisegnato tra sviluppi intralagunari e sviluppi offshore necessario per cogliere le occasioni di sviluppo industriale portocentrico e di inserimento nelle strategie di trasporto globali come la Via della Seta cineseabbisogna di interventi in laguna (sì di interventi, perché che la laguna tenda ad un equilibrio naturale da difendere rispettandone l'intangibilità è la più disastrosa fake analysis che tormenta Venezia) non solo compatibili con la sua preservazione ma addirittura migliorativi del suo assetto morfologico. E' questa una traccia di ragionamento che non dovrebbe essere difficile far comprendere all'Unesco. Ma a due condizioni. Che il «ragionamento» sia fatto proprio da tutte le istituzioni veneziane ed italiane interessate, e che i veneziani non siano ancora una volta distratti da un referendum sulla separazione Venezia-Mestre che, se avesse successo, distruggerebbe quella unità politico-amministrativa che dovrà solo allargarsi per gestire le strategie della grande Venezia: comprese quelle del mantenimento del suo bene culturale più prezioso, l'urbs storica vero oggetto della protezione culturale mondiale.
Corriere della Sera
16 Luglio 2017
L'Unesco e l'autogol referendum
PA
Paolo Costa
Corriere della Sera
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Bene culturale
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