Claudia Rovagnati e l'acquisto di Pineider, storica azienda di materiali per la scrittura. «Sono una ragazza del '68» Che cosa c'entrano i prosciutti Rovagnati i «prosciutti cotti firmati» per dirla alla Mike Bongiorno con Pineider, il marchio della carta pergamena sulla quale hanno vergato pensieri ed emozioni Stendhal, Maria Callas, Luigi Pirandello, Henry Ford, Marlene Dietrich, Rudolf Nureyev, Luchino Visconti? «C'entra, eccome, perché se non ci si sofferma alle apparenze, si capisce che a unirci è l'amore per le cose belle e fatte bene. Se veniste a visitare i nostri stabilimenti vedreste la cura per il particolare anche nell'ambiente di lavoro. Per esempio a Villasanta c'è un bosco di cedri deodara. Fare cose ben fatte significa anche avere attenzione per l'ambiente», risponde pronta Claudia Limonta Rovagnati, presidente dell'azienda brianzola fondata negli anni '90 dal marito Paolo. Quando la signora ha saputo che il prestigioso marchio fiorentino di strumenti di scrittura con la sua storia lunga oltre 240 anni era in difficoltà e rischiava di disperdersi, l'ha rilevato senza indugi. Tranquillizza gli scettici: «Con lo stesso principio abbiamo acquisito anche Berkel, le affettatrice più belle del mondo, oggetti estremamente ben fatti, perché la bellezza non basta». Claudia tiene salde le redini della Rovagnati dal 2008, quando l'adorato marito, a 64 anni è passato «dall'altro lato della strada». «Ma assieme ai nostri ragazzi, Lorenzo e Ferruccio, continuiamo con gli stessi principi». Sono arrivati insieme per l'evento nella boutique-show room fiorentina di Pineider, in Piazza De' Rucellai, simbolo della rinascita del marchio, e per questo coccolata dall'energica signora. In vetrina c'è la carta filigranata e la nuova collezione di stilografiche: pennino e tecnologia. «Vede il tappo calamitato? Funziona alle due estremità e la clip è studiata per non rovinare il taschino delle giacche. È un brevetto, opera di un mago delle penne». Come l'ha trovato? «Con il lanternino. Ha presente Diogene?». La signora si lascia trasportare dalla storia di Francesco Pineider, cartolaio originario della Val Gardena, che nel 1774 a Firenze perfeziona la stampa, lavora sui caratteri e i rilievi, realizza stemmi e monogrammi incisi a mano, fino a diventare il riferimento per i casati e la borghesia europea. Alla carta, nel tempo, si affianca la pelletteria frutto della tradizione toscana. La stessa portata avanti dai 30 artigiani dell'azienda grazie all'intervento di Claudia Rovagnati, che non si accontenta di dirigere; un po' vanitosetta vuole anche dire la sua sullo stile. «Mi ricordano che Pineider era il riferimento del businessman, ma oggi le donne non lavorano come i maschi?» Nella pelletteria, oltre al nero e al blu, ha voluto inserire i colori, arancio e celeste. «Sono una ragazza del '68. Ho messo la famiglia davanti a tutto, sulla mia carta di identità c'è ancora scritto casalinga, ma non mi sono mai vista a casa, ho sempre lavorato. Prima in una multinazionale, poi quando mio marito ha fondato la Rovagnati l'ho seguito e mi sono occupata di amministrazione e marketing: nel 1990 c'ero solo io». Ed è sua l'idea di far promuovere il Gran Biscotto da Mike Bongiorno che farà diventare l'azienda famosa. Le piaceva Mike? «No, abbiamo deciso di lavorare con lui perché era un grandissimo professionista. Avevo i figli piccoli e quando andavo al Supermercato mi ritrovato nel cestello i marchi pubblicizzati alla Ruota della Fortuna. Ho pensato: se riesce a convincere dei bambini è un mago. Ma c'era la coda per averlo. A lui piaceva davvero quel che faceva. La sponsorizzazione durava 14 minuti, non come oggi con gli showmen che leggono un testo di un minuto a pappagallo. Dissi all'invito di Publitalia: «O lui o nessun altro». Prima di dire sì, Mike ci volle incontrare e chiese a mio marito: «È in grado di garantirmi che questo è il miglior prosciutto cotto d'Italia?». Lui lo rassicurò. Abbiamo fatto una cosa senza precedenti: «brandizzato» un alimento che una volta scartato era anonimo. Mio marito trovò il modo di marchiarlo sulla cotenna con un brevetto. A questo punto era riconoscibile e si poteva reclamizzare». E con Pineider quale è la strategia? «E' un prodotto bellissimo del Made in Italy che deve fare la sua strada, espandersi in Italia e nel mondo nel modo migliore. Poi, un marchio d'eccellenza può anche diventare moda». Gli elementi di successo di un'azienda? «Mai barare sulla qualità. E la grande passione di chi ci lavora, a cominciare da chi ha le azioni. Perché le aziende partono sempre da donne e uomini» .
Corriere della Sera
15 Luglio 2017
La signora del prosciutto cotto salva i taccuini di Pirandello e Stendhal
MA
Maria Teresa Veneziani
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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