Lottavano per difendere la terra, le foreste, i fiumi. L'aria. I loro nemici erano tutti coloro che deturpavano e inquinavano l'ambiente. Per questo hanno vissuto e per questo sono stati assassinati. Sorprende il numero: almeno duecento nel solo 2016, l'anno più sanguinoso. Lo riferisce Global Witness, l'Ong internazionale che dal 2002 tiene la contabilità mondiale degli attivisti vittime delle loro battaglie. «Defenders of the Earth», difensori della Terra, li hanno ribattezzati nell'ultimo rapporto. L'area nera è l'America Latina con il 60 degli omicidi. In cima alla lista dei Paesi più colpiti, il Brasile: 49 delitti. Seguono Colombia, Filippine, India, Honduras, Nicaragua, Congo, Bangladesh. Ma il sangue dei volontari dell'ambiente è scorso anche in Iran, Messico e Sudafrica. E pure in Europa, in Irlanda, dove un ambientalista di Dublino è stato picchiato a morte con una mazza da baseball. Il rapporto parla di una recrudescenza del fenomeno. Agguati, pestaggi, minacce. In vaste aree i difensori del pianeta verde sono sugli scudi e denunciano i soprusi. E sempre più spesso muoiono. Ammazzati. La nonna pescatrice contro la grande diga Quella diga non la voleva. Perché la pesca sul Rio Madeira era la vita della sua gente. Pescatrice, madre e nonna, la brasiliana Nilce de Souza Magalhães aveva più volte denunciato il grave impatto del progetto idroelettrico di Jirau sulla comunità di Porto Velho. Per costruire la diga, la popolazione era stata trapiantata in un luogo senza energia elettrica e acqua potabile. E senza pesca. Nilce presentò varie denunce, impulso per l'apertura di procedimenti civili e penali. Fu più volte minacciata. Scomparve il 7 gennaio del 2016; otto giorni dopo venne arrestato Edione Silva, 26 anni, che confessò il delitto. Il 21 giugno il corpo di Nilce fu trovato su una riva del Rio Madeira. La battaglia di una donna contro i big del carbone Tre spari in un bar di Mariveles, nell'iso-la di Bataan. Così è morta Gloria Capitan il 1 luglio 2016. Aveva 57 anni e da tempo combatteva contro la costruzione di una nuova centrale a carbone nelle Filippine. Guidava un gruppo di militanti contrari alle politiche del colosso Mariveles, che punta a espandersi nella provincia di Bataan, a una sessantina di chilometri da Manila. Denunciava le ricadute dannose sulla popolazione di impianti e siti di stoccaggio aperti nel quartiere Mariveles. Organizzava campagne, presentava reclami alla Corte di giustizia, chiedeva la «chiusura permanente del progetto carbone». Le arrivò una minaccia anonima: «Non vorrei vedere qualcuno di voi sepolto sotto un tumulo di terra». Il nemico del cemento sui colli attorno a Dublino Era un po' il guardiano delle colline di Dublino, in Irlanda. E passeggiando proprio su uno di quei sentieri forestali, dove amava portare i suoi tre cani, il sessantatreenne Michael McCoy è stato ucciso. Era una mattina dello scorso ottobre. McCoy fu picchiato a morte con una mazza da baseball, dalle parti di Ballinascorney, dove abitava con la sua famiglia in una casa fra i boschi. Lui, la moglie e le tre figlie. McCoy si batteva perché non voleva alcuna costruzione sulle «sue» colline, nonostante non fosse area protetta. Nessuno è stato accusato per il suo omicidio, ma gli investigatori irlandesi sono convinti che il delitto sia legato a una delle sue campagne ambientali. Il ranger di 30 anni ucciso dai miliziani Jules aveva scelto di lavorare al parco di Virunga. Era finito fra i rangers che difendono il più grande spazio protetto nazionale della Repubblica Democratica del Congo, il più vecchio dell'Africa (fondato nel 1925). Per qualcuno, però, la risorsa più preziosa del parco non sono i gorilla di montagna, beniamini dei turisti, ma il carbone, ottenuto abbattendo gli alberi e bruciandoli. Si tratta di una delle fonti energetiche più redditizie per le Forze democratiche di liberazione del Rwanda. Nel settembre dello scorso anno, Jules Kombi Kambale, 30enne e una moglie incinta, è stato freddato dalle milizie del Ruanda. Tentava di difendere la vegetazione del suo parco.