Proteste e processioni accompagnarono l'inizio dei lavori nel 1561 Per realizzarle vennero demolite seicento fra case, cascine e chiese Altro che Patrimonio dell'Umanità. Erano «la ruina della patria», erano devastazioni di case, scempio della religione, disperazione delle famiglie. Giusto, oggi, celebrare la grandiosità delle Mura, lo splendore dello spettacolo, il fascino delle Storia. Ma riavvolgendo il nastro di quattro secoli e mezzo fino al cantiere di quello che veniva chiamato Forte San Marco ci si trova davanti a una scena diversa: «guastatori» che abbattono le case, soldati che tengono a bada gente infuriata, processioni che implorano l'aiuto divino contro la sciagura di quei muraglioni che i veneziani si sono messi in testa di realizzare attorno alla collina. La Repubblica di San Marco è decisa: bisogna tenere a bada gli spagnoli che dominano Milano, e le Muraine medievali che circondano il colle e i borghi sottostanti non reggerebbero alle cannonate. Serve qualcosa di più consistente. E se bisognerà abbattere le case e chiese che sorgono sulle pendici della collina, pazienza. L'impresa si può fare facilmente, assicura il conte Sforza Pallavicino, governatore generale: basta poco tempo, tremila muratori e l'abbattimento di qualche casa. Dove si vede che la pratica di sottostimare i lavori e di fare le correzioni in corso d'opera ha una solida tradizione: il conte azzarda pochi mesi e 40.000 ducati, serviranno ventinove anni e un milione di ducati. E quello è il meno. Perché bisogna demolire 600 abitazioni, fattorie, botteghe, chiese e conventi. Allarmate dalla prospettiva, ai primi di agosto del 1561 le autorità religiose indicono tre giorni di processioni per «illuminare le coscienze delle autorità». Polidoro Augusto e Licinio Bosello vengono inviati a Venezia per cercare di convincere il Doge a rivedere il progetto. A Palazzo Ducale si ascolta tutto con cortesia, poi si procede come previsto, spedendo anche un dispaccio per ricordare «l'obbligo di collaborare a un'impresa che farà il bene di tutti». Appello rivolto anche alla manovalanza: vista la scarsa popolarità dell'impresa si fa fatica a trovare lavoratori. Alla fine però gli stipendi elevati e la prospettive di un cantiere a lungo termine riempie i ruolini: 3.760 manovali, 263 scalpellini, 147 muratori, 46 falegnami, 35 soprastanti, 8 capimastri. In certi momenti nel cantiere arriveranno a lavorare in seimila. In più ci sono seicento soldati, che proteggono il cantiere dalla furia dei No-Mura. I veneziani sono attenti a creare subito una situazione da cui non si può più tornare indietro: in cinque mesi, lavorando contemporaneamente in nove punti diversi, abbattono 213 edifici. I risarcimenti sono scarsi, tante famiglie vengono rovinate. Chi può si ricostruisce una casa fuori le Mura, a una distanza minima di 25 pertiche romane (52 metri). Non vengono risparmiati nemmeno gli edifici religiosi. E a ogni chiesa abbattuta, sul malcapitato conte Pallavicini si abbatte una scomunica: alla fine ne totalizzerà otto, e per farsele togliere dovrà pagare un patrimonio in offerte. Si salva solo il convento Sant'Agostino, i cui frati, vista inutile l'ennesima scomunica, offrono un grosso contributo in denaro. Il conte accetta l'offerta, anche perché gli ingegneri gli hanno appena comunicato che il convento sorge su uno sperone roccioso, e per spianarlo servirebbero troppo tempo e denaro. Ma vengono rasi al suolo il convento di Santo Stefano, la chiesa di San Lorenzo che fa posto all'omonima Porta e soprattutto la Cattedrale di Sant'Alessandro in Colonna che custodisce le reliquie del santo (traslate a San Vincenzo, l'odierno Duomo). Fra' Domenico Calvi ricorda nelle sue Effemeridi l'ultima messa in Cattedrale il 27 luglio 1561: «Correva il vangelo della distruttione di Gerusalemme () si videro gli occhi de' cittadini astanti gettar lagrime di dolore considerando l'imminente ruina di quella santa Basilica che per tanti secoli era stata la gloria maggiore della Patria nostra». Di quella chiesa resta giusto la colonna, recintata e dimenticata, pochi metri all'esterno del Patrimonio dell'umanità.
Corriere della Sera
12 Luglio 2017
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Bergamo. Altro che Unesco: quando nessuno voleva le Mura
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Fabio Paravisi
Corriere della Sera
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