Mostre senza opere, Giotto apre. La nuova era della divulgazione Tre anni fa i comici radiofonici canadesi Pat Kelly e Peter Oldring diffusero la notizia dell' arte invisibile , progetto della misteriosa 27enne Lana Newstrom: circolava una foto in cui si vedeva una galleria d'arte dalle pareti nude e un gruppo di persone intente a osservare i non-quadri. «L'arte è immaginazione. Vi chiedo di immaginare il dipinto o la scultura che state ammirando», avrebbe detto Lana. I media ripresero la notizia senza fare una piega e, quando il duo ammise che quella era una parodia, molti sospirarono: ma allora davvero oggi, nell'arte, l'opera è diventata superflua. In verità, questa lenta erosione era cominciata con la stessa arte concettuale, che aveva ridefinito i valore dell'opera materiale Claudio Parmiggiani arrivò a seppellire una delle sue installazioni, convinto che il discorso critico sia l'espressione più importante. Poi sono arrivate le cosiddette «mostre senza opere» (videoinstallazioni e proiezioni in 3D spesso senza commento o con narrazioni esili), a volte con risultati discutibili. E oggi, a Venezia, si inaugura Magister Giotto, un percorso che promette un balzo in avanti : una ricostruzione ad alta definizione delle opere giottesche ma con l'accompagnamento (in voce) di testi critici molto rigorosi e la supervisione di due tra i maggiori conoscitori dell'artista nato 750 anni fa a Vespignano, vicino a Firenze, Alessandro Tomei e Serena Romano. Perché, accantonando i purismi, «questa tipologia di mostra deve crescere, farsi più raffinata dice Tomei, ordinario di Storia dell'arte medievale a Chieti : far viaggiare le opere antiche, si sa, costa. E a volte mette a rischio lo stesso manufatto. In Magister Giotto proviamo a scommettere sulla qualità». L'equazione è più o meno questa: ci sono sempre più turisti d'arte, i musei come gli Uffizi sono affollati, la domanda è alta. E opere come il Polittico Stefaneschi di Giotto non può essere trasportato da una città all'altra con leggerezza. D'altro canto, la Pinacoteca Vaticana (dove è custodito) fa i conti con flussi di visitatori molto alti: davvero riusciremmo a capire Giotto in quella manciata di minuti che ci viene assegnata davanti al meraviglioso Trittico, realizzato intorno al 1320? La storica dell'arte medievale Serena Romano, che il Polittico Stefaneschi lo ha portato a Milano nel 2015, nella notevole mostra che si è tenuta a Palazzo Reale, ammette: «Noi specialisti tendiamo a parlare un linguaggio criptico e a pensare poco al pubblico. Che, invece, ha voglia di conoscere l'arte. Forse è il momento di aprirci un po'. E la divulgazione, se fatta bene, avvicina la gente alle opere». Insomma, forse uno dei «futuri possibili» delle mostre saranno le ricostruzioni accurate, filologicamente impeccabili e, soprattutto, con testi rigorosi. «Il che, ovviamente, non va a sostituire la fruizione delle opere originali sottolinea Tomei ma aiuta a comprenderle. In certi casi, poi fa di più: evidenzia dettagli che, dal vivo, sono quasi impossibili da osservare». Ci sono artisti, come Giotto, le cui opere sono a muro e poste in luoghi scomodi alla vista come nel caso della Basilica di Assisi. La riproduzione ad alta risoluzione delle immagini permette di cogliere quell'idea di movimento e modernità con la quale Cennino Cennini definì la rivoluzione di Giotto: «Rimutò l'arte del dipingere di greco in latino». Eliminò la staticità delle figure in virtù di una rappresentazione emotiva. Viva. Romano aggiunge: «Oggi sempre meno persone sanno mettere le mani sulle opere originali. Perché le università non hanno favorito il ricambio degli specialisti. La divulgazione deve essere sempre migliore». E poi c'è un altro aspetto che, poco alla volta, induce a raffinare questo tipo di spettacolo d'arte: il nuovo approccio alle opere. Oggi ci avviciniamo a quadri, sculture e antichità con uno sguardo diverso, diremmo «predatorio»: non ci accontentiamo più di guardare, vogliamo fotografare, filmare, come a entrare nelle opere per carpirne lo spirito. «Nel caso di Giotto chiosa Tomei questa rappresentazione ci fa entrare meglio nella sua interpretazione della natura, vera maestra dell'artista». Certo, nessun allestimento, per quanto sofisticato, restituirà mai l'emozione di entrare nella cappella degli Scrovegni lasciandosi inondare da quei blu. Però le mostre cambiano. Insieme a noi.