Così come l'Europa, o meglio l'Unione Europea, interpreta con folle rigore la comune volontà "di tutti gli altri" nel lasciare sola l'Italia di fronte alla drammatica complessità della migrazione globale, anche l'Unesco, nel caso di Venezia, si mostra indifferente e insensata nel suo continuare a negare il superamento della soglia minima di ciò che s'intende per stato comatoso di una città, di una comunità, di un "ambiente", e questo sia in senso materiale che immateriale. Un grottesco e penoso de profundis è stato appena ufficializzato dall'Unesco con il prorogare (ma va?) la decisione se Venezia possa o meno restare tra i Siti patrimonio dell'Umanità.Il grottesco-Unesco viene dalla profonda incapacità di cogliere una nozione su cui scrive da anni Salvatore Settis: la salvezza è possibile se «nel tessuto vivente della città e del paesaggio ridivengono un luogo di coscienza di sé del cittadino e un centro generatore di energia per l'intera polis, o il suo destino è perire». Forse che «Venezia città e paesaggio» è diventata un luogo di coscienza di sé per ogni cittadino e un centro generatore di energia per l'intera polis, compresa Mestre e soprattutto Porto Marghera? E grottesco si aggiunge a grottesco se si pensa che l'imbarazzante non decidere dell'Unesco cade nei mesi della lunga stagione in cui Venezia conosce i momenti peggiori della sua crisi, quando cioè al turismo che non vogliamo, quello che causa degrado civile e ogni genere di rischi per il patrimonio materiale e immateriale, nulla viene opposto o proposto.Il lato penoso dell'Unesco mondiale e locale è dato invece da quel fingere di credere alle buone intenzioni del Comune di Venezia e del Ministero nelle responsabilità di Dario Franceschini. Se il ministro Franceschini è cocciutamente estraneo all'essenza stessa di una autentica politica costituzionale per il patrimonio storico e artistico, essendo la sua politica culturale sottomessa, come ancella servente, agli interessi di uno sviluppo economico, che, come è inteso da chi è ministro anche per il turismo, è solo distruttore di cultura e paesaggio; al contempo il Comune di Venezia è borbonicamente geniale nel "fare ammuina". Così come faceva la marina dei Borboni, il nostro Comune «finge di prepararsi al combattimento solo spostando rumorosamente sulla tolda della nave l'equipaggio». Per esempio, "fare ammuina" a Venezia significa immaginare di non far transitare più le grandi navi in bacino col dire di volerle spostare verso le prode di Porto Marghera. Ma intanto le navi medio-grandi potrebbero restare in centro storico, ossia nella Stazione Marittima. "Fare ammuina" significa mettersi con dei sensori a contare i transitanti sul ponte votivo la notte del Redentore, pur sapendo che il Comune non ostacolerà in nulla e per nulla i milioni e milioni di turisti vaganti durante ogni mese dell'anno. "Fare ammuina" significa fingere di bloccare i cambi d'uso turistici mentre nel frattempo enti e istituzioni pubbliche dismettono le loro proprietà immobiliari favorendo pesantemente la cacciata degli ultimi residenti, anche perché i posti letto sono saliti a 48 mila e ovunque mal si sopporta la volontà a restare espressa dai residui cittadini veneziani.A Mestre stanno per essere poste sul mercato turistico più di 1500 stanze, in attesa dei nuovi alberghi che si apriranno tra Mestre e piazzale Roma e Marittima e Santa Marta, tra la città antica e il Lido e le isole e gli isolotti lagunari. Ovviamente è proprio su Mestre, mai escludendo l'intero territorio veneto, che si punterà per ampliare al massimo l'offerta alberghiera, non dimenticando che molti palazzi storici veneziani o sono già diventati alberghi o lo diventeranno fra pochi mesi e nei prossimi anni.Dunque, a Venezia 50 mila i residenti mentre nessuno dice a che numero arriveranno i posti letti turistici diffusi tra appartamenti, alberghi, campeggi, ostelli, BB e altre strutture ricettive sia legali che abusive. Naturalmente, il problema Venezia non si limita allo stravolgimento economico e sociale del suo centro storico e della sua terraferma imposto dalla rapacità turistica, che purtroppo, quasi sempre, è variante maggioritaria di quel fenomeno.Comunque, è evidente che un'ottima via di fuga per chi "finge" di allontanarsi da Venezia alla ricerca di altre possibilità speculative è rappresentata dall'intero territorio metropolitano, di cui è sindaco proprio il bertoldesco Brugnaro. Eppure l'Unesco non "vede" nulla di tutto ciò, non si accorge dei "flussi" (termine che ha del sanitario) insopportabili nel loro bloccare ogni forma di vita normale, ignora il disastro dei negozi con merci abominevoli diffusi ovunque a iniziare da Piazza San Marco e dalle Mercerie, non si offende nel constatare la vergogna di bancarelle umilianti attorno alla Basilica e lungo le rive marciane, non si spaventa dinanzi all'amaro conteggio delle chiese vuote o aperte per poche ore soltanto o definitivamente chiuse. Per non dire che l'Unesco sembra assai disinteressata di fronte al deprimente stato di una "città" utilizzata per favorire un diluvio di cosiddetti eventi culturali o di vario passatempo, il cui effetto è quello di soffocare ancora di più la città.Il filosofo Wittgenstein ha scritto: «L'essenza del modo di vedere artistico è vedere il mondo con occhio felice? Seria è la vita, allegra è l'arte». Nell'ignorare se il filosofo credesse veramente e perché in questo suo pensiero, noi di sicuro sappiamo che la vita a Venezia si è fatta serissima, ma ciò nonostante l'arte qui non vive allegre stagioni.A tal proposito sarebbe gravissimo se l'Unesco vedesse il mondo veneziano con occhio felice, il filosofo ne sarebbe sconcertato anche perché l'allegria, a volte, è molto più inquietante e cadaverica della serietà.