«Dolce e Gabbana fanno parte di una lunga tradizione di sfruttamento con successo degli stereotipi della Sicilia, che non aiuta a capire l'Isola, ma rischia di essere solo una pubblicità per loro stessi». Così, secondo l'antropologo Franco La Cecla, la kermesse dei due stilisti rischia di essere solo un evento commerciale. Dolce e Gabbana hanno scelto Palermo per una grande sfilata di moda e da sempre utilizzano il brand Sicilia nelle loro creazioni: come valuta questa scelta? «Ho affrontato questo argomento in un articolo che fa parte del mio ultimo libro "Jet-Lag" e che si intitola 'Antropologia terrona'. La scelta degli stilisti rientra ancora una volta nella lunga tradizione dell'utilizzo dell'immagine della Sicilia come stereotipo che fa tendenza. Il primo esempio risale all'utilizzo che fece Mascagni della 'Cavalleria Rusticana' di Verga. La Sicilia è l'unico luogo geografico, assieme al Far West, in cui un territorio diventa un 'genere' da cui si ricavano romanzi, opere e film. Da Mascagni fino a Camilleri e anche a Dolce e Gabbana. Ma il genere purtroppo non corrisponde alla realtà, spesso la copre. Semmai, fa moda, vende». Ma come si legano il folklore, la tradizione e la storia della Sicilia all'alta moda? «Nulla di diverso da coloro che indossano il cappello da cowboy. Non c'è nulla della tradizione popolare, è un'invenzione filmica. Dolce e Gabbana si collocano in una tradizione di successo, che non aiuta però a capire la Sicilia e Palermo, che rimangono uno stereotipo. Motivo per cui Camilleri vende moltissimo, Sciascia meno. E ragione per cui è difficilissimo parlare di Sicilia al di fuori degli stereotipi». Converrà sul fatto che, con le modelle che sfilano con abiti che richiamano la Trinacria e i temi dei carretti siciliani, cade un po' lo stereotipo della lupara e della coppola. «I due stilisti sono persone molto intelligenti e realizzano prodotti di buon gusto, ma bisogna precisare che tutto questo non c'entra niente con la storia della Sicilia. L'Isola, tra l'altro, è una terra interessante perché offre un vasto repertorio a cui la narrazione stereotipata può attingere. L'ultimo caso è quello di Lampedusa, sulla quale quest'anno sono usciti una ventina di romanzi, mentre gli ultimi dieci serial televisivi sono sulla Sicilia, che, per carità, si rinnova sempre, ma in uno schema che il pubblico si aspetta. Purtroppo è una scelta comoda e di successo. Manca però la ricerca sul campo e si ignora la realtà di molti fenomeni. Nessuno studio, solo moda». Per tre giorni i riflettori e le telecamere di tutto il mondo saranno puntati su Palermo. Non pensa che questi grandi eventi abbiano un impatto economico positivo sull'Isola? «Che ben vengano queste iniziative, ci mancherebbe, ma mi piacerebbe che le case di moda si concentrassero con più costanza su chi studia e fa cultura. Penso a Rockefeller che finanzia giovani volenterosi e borse di studio. O a Prada che ha finanziato l'università. Non basta agire da commercianti. Non ho nulla contro queste manifestazioni, ma abbiano il coraggio di focalizzarsi sulla Sicilia e non sulla scorza esteriore. C'è soltanto un puro sfruttamento dell'immagine ». Un'immagine che comunque andrà in giro per il mondo. «La Sicilia è già in tutto il mondo. Noi siciliani abbiamo una sorta di complesso di inferiorità e se qualcuno parla di noi ci sentiamo omaggiati e ci sembra sempre un evento straordinario. Ma è vero il contrario. Questa operazione rischia di essere uno sfruttamento dell'immagine dell'Isola. Sono loro che utilizzano una cornice che è la nostra per fare pubblicità a se stessi e non il contrario. Se fossimo a Firenze, la città farebbe pagare l'utilizzo dell'immagine, noi, invece, non chiediamo niente in cambio. L'evento è positivo, ma bisognerebbe chiedere un po' di più. Ovvero che chi organizza sia un vero sponsor e dia una mano per recuperare i nostri beni culturali».
la Repubblica
5 Luglio 2017
La Cecla: "Un evento costruito sugli stereotipi come il mito del West"
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Tullio Filippone
la Repubblica
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