Cose che solo in Italia. La storia di Irene Berlingò, 65 anni, è lo specchio di un Ministero (quello dei Beni culturali), di un governo e di una burocrazia allo sbando. Come ricorda il Fatto quotidiano, la prestigiosa archeologa, tra i massimi esperti di Magna Grecia, nel novembre 2016 vince la selezione per la soprintendenza di Reggio Calabria. Per lei, di Catanzaro, un ritorno a casa personale e professionale, con la possibilità di curare e valorizzare reperti e siti storici di inestimabile valore. Il 20 gennaio 2017 le arriva a casa una convocazione sempre da parte del Ministero dei Beni culturali, che la invita a sostenere un colloquio per la carica di direttore del Museo etrusco di Villa Giulia a Roma. Troppa grazia. Pochi giorni dopo il Mibact (con atto firmato e inviato il 10 gennaio) le comunica di aver deciso, in modo totalmente unilaterale, di mandarla in pensione. Altrimenti detto: lasciarla a casa. Anche perché, e qui la doppia beffa, la Berlingò non avendo rispettato il preavviso di sei mesi con l'Inps, deve andare sì in pensione ma senza poter ricevere l'assegno che le spetterebbe. Dall'1 febbraio 2017, dunque, l'archeologa è senza lavoro, senza pensione e con una causa avviata contro il Mibact lontana però dal concludersi. "Al massimo della carriera da funzionario - spiega lei al Fatto -, prendevo 1.700 euro al mese. Peraltro, mi avevano versato già lo stipendio di febbraio, ma se lo sono ripresi dal conto, tanto che pensai a una clonazione della mia carta bancomat". Ovviamente, Reggio Calabria dall'1 febbraio è rimasta senza soprintendente.