«Il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi mi chiese: "Signora, quanto tempo ci vorrà per riaprire gli Uffizi?" e io azzardai: "In questa situazione un anno". Mi chiese cosa intendessi e gli spiegai che solo per spostare un tavolo al tempo non eravamo autonomi in nulla avevo bisogno di 50 permessi con il rischio che al quarantanovesimo si bloccasse tutto. Lui mi diede il numero della sua segreteria dicendomi di rivolgermi a loro per qualsiasi necessità. Tutti gli impedimenti svanirono: e in ventitré giorni riaprimmo». La torre dei Georgofili ancora fumava per l'attentato mafioso agli Uffizi quando nel maggio del 1993 avvenne questa conversazione. A evocarla è l'interlocutrice di Ciampi, Anna Maria Petrioli Tofani, un pezzo degli Uffizi perché sarebbe riduttivo fermarsi al fatto che ha diretto la Galleria dal 1987 al 2005. Oltre 41 anni di servizio ininterrotto non si spazzano via così e infatti la ritroviamo nel gabinetto delle stampe e dei disegni dove torna spesso e volentieri: «Sa, quando dirigevo il tempo per lo studio non c'era, così prendevo appunti e li mettevo via. E da quando sono in pensione il tempo l'ho ritrovato». Via dai riflettori da tempo, accetta di riavvolgere il nastro, oltre quel 20 giugno in cui la Galleria degli Uffizi fu restituita (parzialmente) al mondo dopo la ferita dell'attentato ai Georgofili del 27 maggio 1993. E il nastro si ferma proprio a quella notte che, come in tanti racconti raccolti fino a oggi parte da una telefonata. «Io e mio marito eravamo a casa, fummo svegliati dal boato come tanti fiorentini, nonostante ci trovassimo nella zona di piazza Beccaria, più di un chilometro e mezzo da via dei Georgofili, e ci chiedemmo cosa fosse stato. Fu una questione di attimi e squillò il telefono: era la guardia di notte. "Dottoressa è successo qualcosa di terribile ma non sappiamo cosa". Cercai di tranquillizzarli, chiesi se c'erano feriti e dissi che avrei chiamato la questura. Ma in questura lo sapevano già...». Poi la corsa in auto, già in via dei Neri la devastazione di vetri e detriti. La corsa agli Uffizi invasi da fumo e macerie, la chiamata ai più stretti collaboratori di allora: Caterina Caneva, Antonio Natali (suo successore alla guida della Galleria), Alessandro Cecchi e Piera Bocci. «Ragazzi, c'è da lavorare» dissi loro, prima di scendere di nuovo nel Piazzale dove trovai l'allora procuratore capo Piero Luigi Vigna. "È una fuga di gas?" chiesi e lui, con un volto grigio come una statua rispose solo: "Mah...". Fu un pugno nello stomaco: capii tutto, fino a quel momento avevo voluto credere a una disgrazia. E davanti a una disgrazia si reagisce con dolore per le vittime e per i danni, ma davanti alla volontà umana di nuocere rimasi sconvolta. Per fortuna subentrò subito il colpo di coda. Non dobbiamo cedere, mi dissi». Venne l'ora del lutto per le vittime, quella della conta dei danni: «Quando vidi i quadri del Manfredi, tra cui I giocato ri di carte , e il Gherardo delle notti in brandelli mi si spezzò il cuore. Sì, quel quadro fu conservato ma si pensava non fosse recuperabile. Ora la vostra iniziativa di crowdfunding ne consentirà il restauro. È un'operazione importante perché I giocatori di carte oggi più che un'opera d'arte è un documento. E un documento molto importante, non solo per la storia dell'arte perché dà agli studiosi una possibilità in più per capirlo, ma anche e soprattutto per il pubblico come memento. È importante riaffermare il ricordo di questi episodi perché la tendenza a dimenticare c'è. Per conto mio, il 27 maggio del prossimo anno quando il quadro tornerà al suo posto, se sarò a Firenze sarò felice di esserci». E quel giorno sarà un cerchio che si chiude per questa donna minuta ma determinata che allora si trasformò nella «condottiera» che tutti quelli che ebbero a che fare con lei in quei giorni descrivono: «Cosa dovevo fare? C'era solo da rimboccarsi le maniche. Ma quello che abbiamo fatto fu possibile solo perché eravamo tutti uniti. La mattina dopo raccolsi tutti i dipendenti e dissi loro: "Parliamoci chiaro. Qui è un disastro. Arriveranno offerte da centinaia di volontari. Se voi accettate questo impegno sappiate che sarà senza se e senza ma. Non ci saranno mansioni né orari, altrimenti farò coi volontari». Un bluff di chi sapeva che i volontari, per quanto armati di buona volontà, non avrebbe saputo dove mettere le mani? Una richiesta di aiuto di chi sapeva di poter contare sul cuore dei propri colleghi? Fatto sta che funzionò: «Mi dissero: "Signora, gli Uffizi sono nostri". E così iniziò la ripartenza: fianco a fianco, senza bisogno di parole, professionisti cui bastava uno sguardo per comprendersi». Certo, impegno e superlavoro non bastano davanti a un disastro come quello provocato dal tritolo: «Nella tragedia fummo fortunati. Potemmo dialogare con personaggi sensibili a ciò che avevamo subìto come Ciampi, e fiorentini come il presidente del Senato Spadolini, i ministri del Tesoro Barucci e dell'Ambiente Spini. E poi Firenze, che come già accaduto con l'Alluvione diede il meglio di sé. Persino le ditte esterne che lavoravano con noi ebbero uno slancio incredibile. E poi i comuni cittadini, le raccolte fondi oltre all'impegno dello Stato dal primissimo momento. Pensi che un gruppo di amici capitanato da Giuliano Gori (il noto collezionista del parco di Celle, ndr ) voleva contribuire. Fui schietta: "I soldi arrivano. Facciamo un'operazione per dimostrare che l'arte non è antica o moderna. Semplicemente o è arte o non lo è". Così su suo impulso arrivarono più di 100 opere di autori come Rauschenberg e Paladino». Insomma, allora il movimento fu corale. Ma oggi è ancora così? «Non lo so sospira concludendo vedo tanto disinteresse in giro, ma poi vedo tanti volontari muoversi per disastri come i recenti terremoti nel centro Italia e in Emilia e vedo che la gente è ancora molto propensa a fare qualcosa per il proprio Paese».
Corriere della Sera
6 Luglio 2017
Firenze. Petrioli Tofani e il ricordo della bomba del '93: Vorrei rivedere quel quadro
ED
Edoardo Lusena
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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