Grandi navi e flussi turistici i nodi. Italia nostra: non vogliamo soldi, ma la città VENEZIA. Avrebbe dovuto essere discussa ieri ma a Cracovia, alla 41esima sessione del World heritage committee dell'Unesco, nessun commissario ha chiesto di affrontare i problemi di Venezia. E così, la risoluzione proposta dalla direzione dell'organizzazione internazionale è passata, inosservata, sulla base del principio del «silenzio-assenso». Il testo, inserito tra i documenti ufficiali della riunione polacca, è lo stesso anticipato, ancora in bozza, qualche settimana fa e concede a Stato e Comune fino al 1 dicembre 2018 per mettere in campo le azioni necessarie per la salvaguardia della laguna e dei suoi monumenti. In particolare, vanno estromesse le grandi navi dal bacino di San Marco e dal canale della Giudecca e servono azioni concrete non solo teoriche per gestire i flussi turistici. Sono i due temi «caldi» per la città come anche per l'Unesco, che, con il suo report di fine 2015, ha accusato le amministrazioni comunale e statale di non fare abbastanza per l'ambiente e il patrimonio artistico e culturale del sito patrimonio dell'umanità «Venezia e la sua laguna». Dopo il dossier Unesco, esattamente un anno fa, il 7 luglio 2016, alla 40esima sessione del World heritage forum di Istanbul, era scattato l'ultimatum: senza misure urgenti di salvaguardia, Venezia avrebbe rischiato l'inserimento nella blacklist del patrimonio dell'umanità a rischio, al pari di Aleppo e Damasco in Siria. In un anno, smorzate le iniziali polemiche del sindaco Luigi Brugnaro contro l'organizzazione internazionale, la città e Roma hanno prodotto ben 636 pagine di risposte e chiarimenti consegnati a Parigi, sede centrale dell'Unesco, tra febbraio e maggio. Il faldone contiene il Patto per Venezia, sottoscritto da Brugnaro e dall'ex premier Matteo Renzi, le delibere di giunta di contenimento dei flussi turistici e di blocco dei cambi d'uso da residenziale a turistico e una lunga serie di proposte che l'organizzazione non vuole che restino lettera morta, semplici desiderata. È per questo, per permettere cioè di concretizzare quanto messo nero su bianco nelle 636 pagine di dossier, che è stata concessa una moratoria di un anno e mezzo alla città. Venezia non è però fuori pericolo, la risoluzione dell'Unesco, all'ultima pagina e con caratteri ben evidenziati, recita: «Se non ci saranno progressi tangibili, alla 43esima sessione nel 2019, il sito sarà inserito nella lista del patrimonio a rischio». L'attuale assemblea del World heritage committee prosegue, in Polonia, fino al 12 luglio e in teoria non dovrebbe esserci più occasione per discutere di Venezia ma l'ultima parola non è detta e qualcuno potrebbe riaprire il dibattito. Ieri, i commissari si sono concentrati su aree seriamente in pericolo per i conflitti bellici in corso come appunto Aleppo e Damasco e non hanno mai accennato a questioni italiane (anche su Vicenza è stato prodotto un report molto severo). La riunione di Cracovia e la proroga al 2018 non hanno smorzato i toni in città e, dopo la manifestazione di domenica 2 luglio con duemila veneziani in piazza all'insegna dello slogan «Mi no vado via», il dibattito sul turismo e sull'esodo dal centro storico è più vivo che mai. «Airbnb dice di voler collaborare con azioni per informare i turisti, ci basta? tuona la presidente di Italia Nostra Lidia Fersuoch - La rotta va invertita per difendere e incentivare veramente la residenza: non vogliamo soldi, vogliamo la città». La segretaria comunale del Pd, Maria Teresa Menotto, ha toni più pacati ma la sua opinione non è dissimile a quella di Fersuoch. «Non è sufficiente affidarsi ai proclami dell'uomo solo al comando (Brugnaro, ndr ) né limitarsi a "contare" le presenze turistiche: occorre contrastare l'esodo di attività, artigianato e frenare l'impoverimento del tessuto economico».