Scaramuzzi e il ricordo della bomba ai Georgofili. «Al vostro fianco per restaurare il dipinto» «Era appena passata l'una, dormivo tranquillamente a casa, mi sveglia la telefonata di un mio ex studente che abitava lì vicino: "è successo qualcosa di grave". Già, ma cosa?». Franco Scaramuzzi era presidente dell'Accademia dei Georgofili dal 1986 e lo rimarrà per 30 anni. «Chiamo l'Accademia prosegue il ricordo ma il telefono non funzionava. Allora telefono a La Nazione , ma neanche loro sapevano niente. Monto su un taxi al volo che mi lascia in piazza della Signoria. Trovo tutto bloccato dalle auto di polizia e pompieri. Mi fermano, mi qualifico e mi lasciano passare. Di fronte al disastro scorgo il giovane Eugenio Giani che mi fa da scorta, mi accompagna alla porta e ci troviamo di fronte le fiamme ancora alte che uscivano da un appartamento in via dei Georgofili, un cumulo di macerie, la torre svuotata. Dall'odore che emanava il fuoco, il gas, rimanemmo allibiti. Sapevo che il custode e la sua famiglia il giorno prima erano andati fuori città. Ho pregato invano che non fossero ancora tornati». In quel momento «a tutto pensavamo fuorché ai quadri» ma oggi, 24 anni dopo, anche Scaramuzzi abbraccia la campagna di crowdfunding lanciato da Gallerie degli Uffizi, Corriere Fiorentino e Banca Federico Del Vecchio ( Gruppo Ubi Banca) per il restauro de I giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, l'ultimo quadro rimasto da recuperare dopo lo scoppio dell'autobomba: «Sono al vostro fianco». Professor Scaramuzzi, lei è stato tra i primi a recarsi sul luogo del disastro. Cosa ha pensato sul momento? «Ho pensato a una fuga di gas. Che potesse essere colpa nostra, sa, basta una dimenticanza, il gas aperto. Con terrore mi sono messo a disposizione degli inquirenti». Poi ha capito... «Ho l'età per ricordarmi la guerra e si capì quasi subito che era una bomba, si notava dalle schegge e dai buchi nei muri che avevano creato. Avevo già visto danni così, sotto i bombardamenti 70 anni fa». Cosa fece in quelle ore? «Prima di tutto pensavamo alle vite umane, il cumulo di macerie era impressionante, i vigili erano montati sopra con gli idranti non sapendo che lì abitava una famiglia: quando li ho avvertiti sono scesi e ci siamo messi a cercarli. Scavando trovarono uno dopo l'altro i 4 corpi. Fu straziante». Un quarto di secolo dopo, è rimasta una sola opera d'arte ancora da restaurare. «In Accademia avevamo alcuni dipinti in prestito dai depositi degli Uffizi perché attinenti alla nostra disciplina: quadri di frutta, fiori. Erano stati sventrati, le tele sbriciolate sembravano escrementi di topo tra le pietre. Lo Stato ci ha dato immediatamente i mezzi per ricostruire la torre, restaurare mobili, quadri, biblioteca. È tornato tutto a posto in meno di tre anni, restaurato in maniera divina. Ogni anno siamo gli unici a celebrare una messa in memoria delle vittime nella chiesa di via Calzaiuoli dove pochi giorni prima era stata battezzata la più piccola delle vittime».