VENEZIA. «Il paradosso c'è: la città si svuota proprio nel momento in cui si riempie, fisicamente, al punto da non riuscire quasi a camminare». La questione è tutta lì per Alberto Ferlenga, rettore di Iuav. Non hanno torto i residenti a scandire «minovadovia» e, sì, il rischio museificazione del centro storico esiste. Anzi, per restare in tema di paradossi, potrebbe essere «colpa» dell'Unesco che si è preso particolarmente a cuore la situazione del capoluogo lagunare. Ma andiamo con ordine. «Lo svuotamento della città è indubbiamente un fenomeno evidente spiega il rettore - si svuota di funzioni, meno cinema, meno negozi di vicinato, meno chiese aperte. Però, così facendo, si svuota anche di significati. Eppure è una città complessa, la laguna ne è parte integrante così come l'hinterland. Venezia sta perdendo tutto questo perché sta diventando a misura di quel turismo mordi e fuggi che deve ricavarne un'immagine, probabilmente un'immagine da cartolina, in poche ore di visita. Ciò che preoccupa è la banalizzazione della città stessa. Si "vendono" momenti finali mentre invece il centro storico e la laguna sono, per loro natura, da godere secondo un processo fatto di relazioni, storia e persone che ci vivono». Vuoto e pieno. Come l'acqua nella teoria dei vasi comunicanti, più calano gli abitanti e le funzioni a loro connesse, più si ruba l'anima unica di Venezia. «È un fenomeno che si può contrastare rilancia Ferlenga come Iuav abbiamo lavorato alla rioccupazione degli spazi con e per gli studenti. Evitiamo di spostare qualsiasi funzione in terraferma, i risultati a San Basilio e Santa Marta ci sono già. È tutto un fiorire di locali e piccoli bar e con l'arrivo di altri 1000 cafoscarini andrà ancora meglio. È un processo di rigenerazione evidente». Che le università, al plurale, possano essere uno degli assi nella manica da giocare è convinzione del rettore Iuav «col Porto, ad esempio, abbiamo finalmente ritrovato un buon canale di dialogo per evitare che la zona portuale diventi un'infilata di ristorantini, come è accaduto ad esempio a Lisbona. Lì devono continuare a coesistere chi ci vive, chi ci studia e chi ci lavora, deve restare un'area a vocazione produttiva». E però il turismo che preme, che travolge, che stravolge a volte, resta. «Il tema è la densificazione in pochi punti, la soluzione è spalmare i flussi sull'area vasta che arriva fino a Quarto d'Altino». No alla Venezia da cartolina, sì alla sua storia. «Si tratta di un lavoro di pre-alfabetizzazione dei turisti prima che arrivino. Immaginiamo di non sapere, per un momento, che Venezia è Venezia. Resterebbe una città senza auto, vivibile, un unico enorme spazio pubblico, una città sicura, insomma, un paradiso. Dobbiamo ripartire da qui». Sull'ipotesi di separare la città d'acqua dalla sua terraferma, Venezia da Mestre, Ferlenga è netto «il disagio espresso da manifestazioni come quella di domenica è comprensibile come forma reattiva, ma per il resto è del tutto sbagliato concettualmente. Stiamo discutendo di una struttura complessa che, nel contado prima, e nel tessuto produttivo poi, ha le sue radici. Sarebbe antistorico e sbagliato per un possibile futuro di Venezia. Isoliamola e procederemo alla sua museificazione». Ma come si argina il disagio? «Privilegiando le attività che determinano azione. E non è sbagliata l'idea del sindaco di puntare su Venezia città universitaria. Come Boston, Cambridge». E l'Unesco? «Va bene quando mantiene in vita i luoghi, diventa un rischio quando tende a cristallizzarli».