La discussione in consiglio comunale con accuse di conflitti di interesse e richieste di dimissioni (respinte) ha chiuso i due mesi vissuti pericolosamente da Massimo Minini, presidente della Fondazione Brescia Musei. Tutta colpa di un post con cui il gallerista rispose a chi lo attaccava per la statua nera di Paladino sul piedistallo del «Bigio». Due mesi di silenzio dopo quelle dichiarazioni ora, però, risponde: «Paladino non è un artista della mia galleria». E sul Bigio spiega: «Tornerà in piazza quando sarà perdonato. Intanto sdraiamolo al Moca». La discussione in consiglio comunale con accuse di conflitti di interesse e richieste di dimissioni (respinte) ha chiuso i due mesi vissuti pericolosamente da Massimo Minini, presidente della Fondazione Brescia Musei. Tutta colpa di un post al vetriolo con cui il gallerista rispose a chi lo attaccava per la statua nera di Paladino sul piedestallo del "Bigio". Due mesi di silenzio sono stati duri da rispettare per il presidente di Brescia Musei. Che ora, però, risponde a una vecchia sollecitazione. Minini, lei ha sempre detto di non avere rapporti commerciali con Paladino. Invece una sua opera nel 2010 lei l'ha venduta. «Paladino non è un artista della mia galleria. Sfido chiunque a trovare Paladino nei miei elenchi, nelle pubblicità, inviti, cataloghi. Non è che per aver comprato un giorno una grafica di Picasso io non potrò più fare una mostra su Picasso nei musei, vero? Ho comprato da un privato e venduto in America un'opera di Alighiero Boetti che chiede a Paladino una collaborazione, Boetti manda i disegni in Afghanistan dove i suoi soliti collaboratori ricamano. Dopo alcuni passaggi di proprietà ne acquisto uno, lo porto a Basilea senza successo e poi a New York dove invece è stato venduto. Come si fa a configurare un conflitto di interessi? Quella di Paladino a Brescia è un'operazione che fa sfracelli e dovrebbe essere inficiata da un conflitto che non c'è e che mi viene rimproverato dagli amici di Berlusconi che invece sì se ne intendeva». E come la mettiamo con Anish Kapoor, un suo artista, che collabora al progetto di riapertura della Pinacoteca? «Ho posto il quesito al sindaco che, correttamente, mi ha risposto: 'I lavori alla Pinacoteca sono del Comune, non della Fondazione'. Kapoor sta studiando i colori delle pareti interne della Pinacoteca. Non compriamo alcuna sua opera, lui ci dà gratis un aiuto che credo avrà un'eco anche maggiore di Paladino. E' la prima volta in assoluto che si chiede a un artista contemporaneo di studiare soluzioni per una Pinacoteca storica. La Sovrintendenza ha chiesto che le pareti non venissero tinteggiate ma coperte da stoffe e noi abbiamo chiesto ad uno dei più grandi artisti viventi di studiare la cosa naturalmente gratis proprio perché ci sono io. Alla faccia del conflitto di interessi. Il mio ruolo è un servizio alla città, altro che». E veniamo al suo famigerato post sul Bigio. Non sarebbe stato più semplice dire "scusate, ho sbagliato tono" e chiudere lì la polemica? «Un momento, io quelle cose le ho scritte a caldo mentre c'era chi mi accusava su Facebook di 'aver messo uno str nero al posto del Bigio' e chi mi esortava: 'Minini fatti un bagno nell'acido muriatico'. Ho risposto a dei tizi che dicevano un mucchio di falsità e fesserie. Ne ho archiviato una collezione, volevo farci un instant book». Però lei da uomo delle istituzioni non doveva scrivere di aver portato "perle ai porci". «Quella è una frase evangelica, l'ha usata anche Salvatore Mangione in arte Salvo. Non parlavo dei bresciani ma di chi non capisce. Ho trovato gente che mi ha detto 'bravo' e gente che mi diceva 'io sono uno dei porci'. Ci sono persone che mi fermano per strada ringraziandomi». Lei ha invocato la distruzione del Bigio manco fosse un iconoclasta dell'Isis. «Falso, mai detto una cosa simile. Si figuri, sono tre anni che tento di rimettere fuori il ragazzone. Ho detto che sarebbe stato meglio distruggerlo allora, come avviene per i simboli di regime». Evocare la fine di Mussolini per una statua è stato truce. «Sarà lo spirito dissacratore del Sessantotto. Comunque l'indicazione era chiara». Un conto è fare il contestatore sessantottino, un conto il presidente di un'istituzione culturale pubblica. «Io sono arrivato a Brescia Musei dopo e grazie al Corriere e quello che ho scritto per tre anni, pur avendo alle spalle una storia di galleria di quarant'anni. Se mi hanno scelto conoscendo le mie idee, non possono stupirsi. Non possono chiamare Sgarbi e chiedergli di stare zitto». Lei non riesce a scindere il ruolo istituzionale e l'anima da contestatore un po' dadaista. «Le due anime sono compresenti. Mi dicono di stare zitto, ma una volta all'anno io sbotto». Provocazioni a parte: il suo pensiero effettivo su questa benedetta statua del Dazzi? «Chiariamo una cosa: l'operazione Paladino nasce da lì. Avevamo chiesto a Antony Gormley di darci un'opera da mettere sul piedestallo: lui è venuto, ha visto, ha detto no perché un'opera sul piedestallo sarebbe comunque un'imposizione. Il sindaco aveva posto quattro condizioni: che l'opera fosse sul piedestallo, bella, grande e senza costi. Abbiamo pensato a Paladino e invece di una scultura ne abbiamo avute 74». L'esperienza si replicherà con altri autori? Avrà in mente qualche nome. «Certo, ma il problema è che loro non lo sanno ancora. E poi devo accertarmi di non aver mai venduto neanche una loro grafichetta». Torniamo a Paladino: cosa succederà il 7 gennaio, fine della mostra? «Paladino ci lascia la stele per vent'anni rinnovabili a condizione che venga esposta. La mia idea è che potrebbe stare lì finché arriva il Bigio o altro, mi sembra ragionevole». Facebook a parte, lei è convinto quindi che un giorno o l'altro il Bigio tornerà in piazza? «Tornerà quando la statua sarà 'perdonata'. Trent'anni fa piazza Vittoria era considerata orribile, oggi molti la trovano bella. Se il fascismo è morto nel '45, a Brescia è tornato nel '74. Ci fu un voto all'unanimità del Consiglio comunale (sindaco Ghislandi) per togliere la statua, oggi ci vorrebbe un voto unanime e di segno opposto per rimetterla. Non penso che prima delle elezioni se ne farà nulla: il simbolo è ancora troppo vivo». Dopo le elezioni cosa farebbe della statua? «Comincerei a metterla, sdraiata, nel cortile dell'ex tribunale, al Moca. Abbiamo preso le misure: ci entra e ci sta. Oggi la statua restaurata è dentro una gabbia di ferro inscatolata in un sarcofago. Sa che ho chiesto di vederla e mi hanno detto che non si può per via del Pcb della zona? Messo al Moca, sono convinto che mezzo milione di persone sarebbe disposto a pagare un euro per vederlo». Parliamo della sua esperienza in Fondazione Brescia Musei. «Faccio questa esperienza come servizio civile. Una restituzione alla città che mi ha formato. Purtroppo ci sono sempre polemiche e io non mi tiro più indietro. Il problema è che sovente si guarda al buco e non alla ciambella». Ci spieghi lei la ricetta. «Con la Fondazione abbiamo raggiunto in tre anni risultati inimmaginabili. Per Paladino abbiamo una rassegna stampa più importante di quella su Monet dei tempi d'oro. I visitatori dei musei a Brescia sono aumentati in modo esponenziale. Nel 2016 abbiamo superato i 200.000 visitatori con 20 in più sul 2015. Quest'anno siamo a un più 21. Via Musei è il nuovo centro della città. Giorno e notte. Il glamour è qui. Ma il bello è che tutto questo è venuto come logica conseguenza della nuovissima impostazione che abbiamo dato a Brescia Musei accogliendo i suggerimenti, le indicazioni, le linee dettate da una Amministrazione Comunale con cui esiste piena consonanza di idee e obbiettivi. Poco effimero e lavorare sul patrimonio, accrescerlo, studiarlo, farlo conoscere». Non tutte le ciambelle vi riescono col buco. Il maxi bando per la gestione dei servizi è andato deserto. Avete sbagliato qualcosa? «Molti soggetti si sono interessati, uno solo ha dichiarato che ci stava. Quando abbiamo visto l'offerta abbiamo deciso che non ci stavamo noi. Bisognerà abbassare le pretese. Non ripiegheremo su uno spezzatino di gare. Anche per la Pinacoteca è previsto un bando unico». Piazza Vittoria diventerà un museo della scultura contemporanea all'aria aperta? «Sì e no. Non in senso classico. Comunque un luogo dove la scultura abita, è bene accolta. Non abbiamo una galleria di arte contemporanea e se la facessimo ora arriverebbe ultima. Non avendo né opere né spazi abbiamo scelto di puntare sull'arte contemporanea diffusa nella città, sul suo rapporto con l'antico». Avete da gestire anche il castello. «Dobbiamo trovare un'idea fondante, al di là del ristorante e delle bancarelle, del cinema, dei divertimenti». Lei cosa ha in mente? «Brescia, per la sua storia, è ferro e fuoco, cioè metallo e armi. Lì già oggi c'è il museo delle armi e quello del Risorgimento. Bisogna forse lavorare su un modello come il Muse di Trento: interattivo, vissuto. Io comincerei a portare anche le armi moderne in Castello. Ci vorrebbero Marzoli, Beretta e Risorgimento insieme. Aggiungo che Brescia ha anche una grossa tradizione musicale, è la patria del violino prima di Cremona. Brescia Musei ha una collezione di 200 strumenti, ci sono altre collezioni a Brescia: unendo esposizioni di strumenti musicali e armi si potrebbe creare un unicum. Dimenticavo: bisognerebbe dare collocazione più prestigiosa al plastico del trenino». Smantellarlo? Susciterà un altro vespaio. «Non dico di smantellarlo ma di spostarlo e valorizzarlo, che ne so, al Moca. Oggi il plastico occupa una grande stanza aperta due giorni alla settimana e un deposito enorme che è sempre chiuso. A noi due spazi così servirebbero per raggiungere una massa critica. E il trenino in città bassa sarebbe più accessibile. Una volta i nonni portavano i bambini a vederlo, oggi sono i bambini che portano i nonni a rivedere il gioco della loro passata giovinezza». Minini, si prepari a una nuova polemica
Corriere della Sera
5 Luglio 2017
Brescia. Minini dixit: ora sdraiamo il Bigio al Moca
MA
Massimo Tedeschi
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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