Avevano ragione le nostre nonne quando ci invitavano ad avere cura dei successi con la stessa prudente saggezza con cui sopportiamo le disgrazie. I grandi numeri che caratterizzano l'immenso flusso di visitatori al nostro patrimonio culturale ci impongono un'attenzione straordinaria. Non possiamo limitarci ai numeri, e ai profitti che testimoniano, come se da questi provenisse ogni risposta. I Musei Vaticani sono ormai da anni nei primissimi posti delle classifiche mondiali. Non fanno parte, tecnicamente, del patrimonio italiano, ma qualcuno può seriamente sostenere che ne sono estranei? Dalle ultime rilevazioni si stima che 6 milioni di persone ogni anno percorrano in tutto o in parte i 7 km di quegli spazi. Certo né Papa Giulio II che ebbe l'intuizione di fondarli all'inizio del 1500, né Clemente VII che li aprì al pubblico nel 1771 potevano immaginare la folla di migliaia di persone che ogni giorno assedia la Cappella Sistina, le stanze di Raffaello o la galleria Lapidaria. Lo testimoniano gli sforzi infiniti degli stessi musei per approntare i più moderni sistemi di condizionamento dell'aria e limitare il più possibile lo stress patito dalle opere d'arte. Ma ormai l'assedio è tale che le guide turistiche (quelle serie, agli abusivi non importa nulla) parlano apertamente di «mandrie umane» e si interrogano sottovoce sui limiti di sicurezza. Non è un problema che riguarda solo i Vaticani. Nel 2016 abbiamo festeggiato con tripudio e squilli di tromba i 6 milioni e mezzo di visitatori del Colosseo. Una folla, quella al Colosseo, che ha garantito importanti ricavi, ma che ha costretto anche quella struttura ad un perenne stato di alta attenzione. E per rimanere a Roma tendiamo a dimenticare che 1.234.000 persone hanno visitato Castel Sant'Angelo e 527.000 si sono messe in coda per la «piccola» Galleria Borghese. Il ministero ha esultato per questi record che hanno portato a quasi 45 milioni i visitatori di musei italiani (la regione con il maggior numero è il Lazio, che sfiora i 20 milioni) e soprattutto per l'aumento dei ricavi. In realtà è una situazione che fotografa flussi troppo concentrati, espone poche realtà a stress e rischi altissimi e testimonia la nostra incapacità anche solo di raccontare la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio. La galleria Spada o la galleria Corsini, in qualunque altro Stato sarebbero al centro di precise politiche di comunicazione per il pubblico, all'altezza del loro straordinario valore. Da noi rimangono ai margini e le due strutture, insieme, non raggiungono 100.000 visitatori l'anno. E questi sono solo due esempi delle possibilità di diversificare gli itinerari turistici e culturali se c'è una volontà politica che non si accontenta solo dei più semplici dati di sbigliettamento. Dobbiamo rivendicare la responsabilità nei confronti di tutto il nostro patrimonio e anche verso turisti che non meritano di essere trattati come «mandrie». E se qualcuno obietta che a Roma si viene una volta sola nella vita ed è difficile rinunciare a Michelangelo o al Colosseo, ribelliamoci: è una visione mercantile che la nostra città non merita. Roma merita più di una visita mordi e fuggi, con un pezzo di pizza in mano, la città vista da un pullman a due piani e i ritmi di una rapina. Sta a noi diversificare i progetti e convincere i visitatori che possono tornare dieci volte senza scoprire un decimo dei tesori che possiamo offrire. Trattiamoli con rispetto e loro ci pagheranno con la stessa moneta.