«Quando siamo arrivati agli Uffizi, nel buio, tra il fumo, la polvere e i quadri devastati ci siamo messi a piangere. Poi abbiamo raccolto i frammenti di colore e di tela staccati dai quadri». Demetrio Sorace e Marco Fiorilli il 27 maggio 1993 accorsero alla Galleria, dove lavorano ancora oggi. «Resta il dolore per le vittime, ma rivedere I giocatori di carte rivivere sarà meraviglioso». Sono passate 1.256 settimane e sei giorni, ma Demetrio e Marco si commuovono ancora. Quella mattina del 27 maggio 1993, poche ore dopo l'esplosione della bomba mafiosa in via dei Georgofili, è indelebile per loro, che oggi come allora lavorano nei depositi degli Uffizi e che accorsero per salvare il salvabile. Permettendo più tardi restauri che sembravano impossibili come quello cui sarà sottoposto il quadro I giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, l'ultima opera ancora ferita. Marco Fiorilli e Demetrio Sorace entrarono agli Uffizi nel 1979, grazie alla legge 285 per l'assunzione di «giovani tecnici» Marco aveva 22 anni, Demetrio 19 e furono assegnati subito ai depositi, mentre gli assunti prima di loro erano andati a Boboli, come giardinieri. Ed anche ieri erano al lavoro, al primo piano della Galleria, tra schedari e quadri antichi e contemporanei, come quelli della collezione degli autoritratti; a pochi metri di distanza dall'angolo in cui è conservato con le veline che proteggono i frammenti ancora attaccati alla tela, ciò che resta del seicentesco I giocatori di carte . «Il quadro è qui dice Marco, indicando l'opera e in un certo senso io e Demetrio lo abbiamo voluto conservare. Era dato per distrutto, ormai inservibile per la collezione e noi ci dicemmo "teniamolo in deposito, come memoria di quella terribile notte" e così abbiamo fatto. Per anni è rimasto lì, tutto sembrava perduto, fino a quando nel 2014 è arrivata Daniela Lippi con il suo progetto di restauro. Non vediamo l'ora arrivi il 27 maggio 2018, di rivederlo restituito alla vita». «Gli Uffizi ormai sono la nostra seconda casa aggiunge Demetrio e sarà una vera emozione vederlo di nuovo su quella parete da cui lo tolsi in quella tremenda mattina». Il 26 maggio 1993 Demetrio era al lavoro, Marco a casa in convalescenza dopo un intervento chirurgico importante. Poi è iniziato tutto. «"È una emergenza, vieni subito" mi telefonarono dalla Galleria nella notte Mi dissero che c'era stata un'esplosione, al primo piano, nel lato vicino a via dei Georgofili, dove c'erano la caldaie e pensai, pensammo che fossero saltate in aria. Mi precipitai e prima delle 5:30 ero lì, ma i vigili del fuoco ci fecero passare solo alle 6, quando le condizioni garantivano un minimo di sicurezza. Lì vicino c'erano anche i depositi, iniziava il Corridoio Vasariano, tutte zone che conoscevo bene. E quando sono entrato nel Corridoio e ho visto nel buio lo stato in cui era ridotto, polvere e detriti ovunque, un tappeto di vetri rotti, quadri sventrati mi sono messo a piangere... La forza dell'esplosione aveva scagliato la porta di accesso al Vasariano addosso alla statua del discobolo che si trovava lì davanti e tutti i vetri delle finestre erano saltati, colpendo i quadri e le cornici. Ancora oggi è difficile spiegare cosa provai... Fu un impatto fortissimo». «Io sono arrivato più tardi, nel primo pomeriggio, non potevo restare a casa, vestito con una tuta di jeans, senza nè scarponi nè guanti, non potevo certo immaginare quello che mi aspettava aggiunge Marco Lo scenario era tremendo, con fumo, vetri e polveri dappertutto. L'onda d'urto, i vetri, il calore, avevano fatto gravissimi danni e fermammo appena in tempo un custode che stava gettando via la scala in legno dell'autoritratto di Mario Ceroli perché pensava fosse solo un pezzo di legno bruciato». «Il primo tratto del Vasariano era quello più colpito, con i quadri dei caravaggeschi situati davanti alla finestra che dava su via dei Georgofili devastati e pezzi di tela e colore in terra, l'uno sull'altro ricorda Demetrio Come prima cosa decidemmo di agire lì e assieme alla restauratrice Sandra Freschi mi misi a raccogliere da terra i frammenti della Adorazione dei pastori di Gherardo delle Notti e de I giocatori di carte e del Concerto di Manfredi, mettendoli in piccole buste bianche di carta». Quelle buste sono ancora conservate nel deposito, uno dei tanti piccoli grandi gesti di amore che hanno consentito di limitare i danni, e il racconto continua. «Quel giorno abbiamo lavorato senza sosta, per 22 ore di seguito, sapendo solo ad ora di pranzo che probabilmente era stata una bomba. E per due settimane abbiamo lavorato 15-18 ore al giorno, senza pensare ad altro che a mettere al sicuro le decine di quadri colpiti, prima nella sala di Leonardo, poi in quella del Botticelli, tanto che la scomparsa dottoressa Caterina Catena ci portava vassoi con le schiacciatine e ci rimproverava "dovete mangiare adesso, fermatevi...". Assieme a noi c'erano i vetrai che sistemavano finestre e lucernari, i restauratori, i custodi, le imprese che lavorano con la galleria e si mobilitarono dice Demetrio Tutti guidati dalla direttrice Annamaria Petrioli Tofani, una condottiera che instancabilmente portò avanti la battaglia per riaprire gli Uffizi». «In tanti vennero per darci una mano, ma servivano persone che sapevano come muoversi in un museo, di fiducia, e così furono organizzate squadre con il nostro personale, che lavoravano in più turni aggiunge Marco L'esplosione fu così forte che un pezzo di motore dell'auto fu ritrovato dall'altra parte dell'Arno e io dopo il primo giorno tornai a casa perché dovevo rimettermi dall'intervento, ma telefonavo sempre a Demetrio. Poi Antonio Natali, che allora era un funzionario e poi sarebbe diventato direttore della Galleria, mi chiamò e mi chiese se potevo rientrare e accorciai la convalescenza. E tutti fummo orgogliosi del fatto che dopo 20 giorni dalla bomba la Galleria riaprì». Una soddisfazione che non cancellò l'angoscia. «Vedevamo i Nencioni passare tutti i giorni, il babbo Fabrizio che accompagnava a scuola la figlia Nadia di nove anni. L'uccisione di tutta la famiglia, lui, Nadia, la piccola Caterina di appena due mesi di vita, la moglie Angela, dello studente Dario Capolicchio è stata una tragedia, un dolore enorme dice quasi sottovoce Demetrio Quel pensiero, la fotografia del vigile del fuoco che porta la piccola Caterina e che ho ancora davanti agli occhi, le immagini dei quadri a pezzi, delle statue sfregiate, vedere quella che era un po' casa nostra ridotta così mi fecero andare giù di nervi. E quando il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ci fece sapere dalla direttrice Petrioli Tofani che ci voleva fare cavalieri dicemmo di no: di fronte a quelle morti, alla devastazione, ci sembrava normale quello che avevamo fatto». «Fu un fatto inimmaginabile conclude Marco Come lo è pensare che tra undici mesi I giocatori di carte , che tutti scrissero che era irrimediabilmente distrutto, sarà recuperato. È un traguardo meraviglioso».
Corriere della Sera
29 Giugno 2017
Noi in lacrime agli Uffizi a cercare i pezzi del quadro
MA
Mauro Bonciani
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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