Ma dov'è il futuro? Sembra che non se ne occupi nessuno. L'altro giorno un vorticoso giro di appuntamenti culturali ha segnalato quanto, in questa città, la riflessione sul domani e le cose che verranno sia meno attraente che non ricordare ciò che è stato. Italia Nostra ha organizzato un incontro con Pietro Samperi, a lungo direttore del Piano regolatore del '62. Si parlava di «urbanistica malata» e la folta platea sembrava estasiata nella rievocazione dei problemi dello sviluppo cittadino attorno agli anni Settanta e Ottanta. Cambio di bina rio: poco dopo in un nuovo spazio culturale di Prati (Lab 174) è stato presentato un libro autobiografico di Livia Aymonino figlia del noto architetto Carlo scomparso nel 2010 - con fluide pagine rievocatrici di una giovinezza, di una Roma, di una società italiana sparite. All'ora del Vespro al Maxxi, il museo del Contemporaneo, si è tenuta una messa laica celebrativa della nascita, 40 anni fa, dell'Estate Romana inventata «senza volerlo» da Renato Nicolini in piena stagione di terrorismo nostrano. Indubbio l'interesse di ciascuna di queste iniziative che ci dicono quanto sotto la cappa di un apparente immobilismo culturale «eppur si muove» qualcosa. Ma dopo un intero pomeriggio sottobraccio all'Amarcord si è fatto forte il desiderio, quasi la voglia, di pensare a come saremo tra qualche anno, piuttosto che continuare a rimuginare sul passato. Ma se «del doman non v'è certezza», del Futuro non v'è nemmeno contezza. A Roma nessuno guarda all'Orizzonte.