Era un cascinale abbandonato. Lo volevano abbattere per costruire delle villette a schiera. Ma lì c'era la Storia. Lo testimonia-no i restauri inaugurati ieri: recuperati un tempio romano, una necropoli longobarda e un convento. Per anni è rimasto all'abbandono, un vecchio cascinale diroccato. A un certo punto ha rischiato anche di essere abbattuto per lasciar spazio a delle villette a schiera. Certo tutti sapevano che all'interno custodiva un convento del XV secolo con un chiostro rinascimentale, come a tutti era noto che la sua storia era ben più antica. Nessuno però si sarebbe aspettato che le radici del convento dei Neveri di Bariano affondassero fino all'Impero romano. Grazie a un lavoro attento di restauro e alla tenacia dei proprietari quelle radici sono state salvate e riscoperte facendone uno dei monumenti più importanti della Bassa grazie agli affreschi del IV-V secolo scoperti nella chiesina della Madonna del Carmine, la perla più preziosa del complesso. «Ne fanno unicum sostiene Maria Fortunati dei Beni archeologici non solo in Bergamasca ma in Lombardia». La campagna di restauri cominciata nel 2004 e conclusasi ieri con l'inaugurazione della chiesina, però ha svelato anche affreschi del XIII e XV secolo e una necropoli longobarda. «È come se questo sito fosse una palinsesto spiega don Fabrizio Rigamonti, intervenuto all'inaugurazione , una di quelle pergamene antiche riscritte più volte che, grattata, ha rivelato testi classici che si credevano perduti». A «grattare» le pareti è stato il restauratore Roberto Casula. «Nell'estate del 2008, quando ho iniziato a indagare le pareti la chiesa era anonima. L'unico affresco era un trittico di santi vicino all'entrata racconta . Poi sono emerse le figure di due santi, uno è stato identificato come San Tommaso d'Aquino». Il lavoro è continuato scrostando progressivamente tutto il tempio. Così sono apparse delle decorazioni romane. In due nicchie sono emerse le scene bibliche di Daniele tra i leoni e i tre fanciulli nella fornace. La scomposizione dell'altare barocco ha poi permesso di rivelare quello del XV secolo e sotto di questo una colonna in marmo cipollino di epoca romana quando il tempio era probabilmente dedicato a una ninfa. «L'intera chiesina è romana ed è pressoché integra precisa la Fortunati insieme alla contigua ex chiesa di San Giovanni a croce greca, costituiva il nucleo dell'insediamento. Erano senza dubbio edifici pubblici di grande importanza». La storia ufficiale del complesso però comincia solo nel 1480 quando l'arciprete di Bariano Fermo da Caravaggio, dona le due chiese ai Carmelitani che le integrano in un convento. Le fortune dei Neveri continuano fino al 1779 anno in cui il complesso è soppresso dalla Serenissima e diventa una cascina. Nel 1860 la chiesa maggiore è adibita a fienile e poi demolita. Negli anni il complesso diventa anche abitazione per i contadini e vi si apre un'osteria. Sarà proprio l'ultimo oste, Caterina Bergamaschi, che ne riunirà la proprietà e lascerà il complesso ormai 92enne a fine anni '80. «Per un decennio racconta l'attuale sindaco, Fiorenzo Bergamaschi, nipote di Caterina è rimasto all'abbandono. Qualcuno lo voleva acquistare per farne villette ma il vincolo delle Belle arti l'ha salvato». È il 2001 quando un altro costruttore si fa avanti: è Mario Suardi che vuole lasciare un segno recuperando il convento. Lo acquista e fa partire il recupero. «Non è stato un percorso facile ammette Giuseppe Napoleone, soprintendente per i beni architettonici , in corso d'opera sono state necessarie pause di riflessione per aggiornare le scelte progettuali e operative in ragione delle nuove scoperte». Suardi non precisa la cifra ma ha investito una decina di milioni di euro. «È stato importante precisa Giuseppe Stolfi, soprintendente ai Beni culturali di Bergamo e Brescia essere riusciti a dare una nuova funzione al complesso». Nei Neveri infatti, inaugura come ristorante mentre i lavori continuano a svelare tesori. Sotto i pavimenti vengono scoperte un centinaio di tombe longobarde, in alcune il corredo comprende oggetti d'oro come una grande croce in oro di recupero ottenuto da una pisside bizantina.