Vincenzo Gheroldi della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brescia e Bergamo Nel presbiterio della chiesa della casa di riposo a Pisogne, dove un tempo c'era il portico sud di S. Maria della Neve è stato scoperto un affresco del Romanino. Scoperta o recupero? Spesso gli storici dell'arte definiscono «scoperte» i loro rinvenimenti, per evocare l'aspetto sensazionale del ritrovamento fortuito. Tuttavia buona parte delle testimonianze artistiche viene messa in luce con l'attività di ricerca guidata dagli studi. In questo senso è più corretto parlare di «recupero». È quanto sta avvenendo proprio in questi giorni nel complesso di Santa Maria della Neve di Pisogne. La chiesa di Santa Maria della Neve è nota per il ciclo con le Storie della Passione dipinto al suo interno da Girolamo Romanino verso il 1534. Tuttavia, la chiesa era stata interessata anche da altri interventi romaniniani. In un recente libro (Romanino al tempo dei cantieri in Valle Camonica, Gianico, La Cittadina ed., 2015) è stata infatti pubblicata l'intera documentazione riguardante le trasformazioni edilizie che hanno interessato l'edificio tardo quattrocentesco proprio in previsione degli interventi affidati a Romanino negli anni trenta del Cinquecento. Inoltre, nello stesso libro, sono stati esaminati tutti i frammenti superstiti e tutte le testimonianze antiche riguardanti i dipinti che Romanino aveva eseguito negli ambienti attigui alla chiesa. La chiesa di Santa Maria della Neve, nata a navata unica, era stata dotata nel primo Cinquecento di due portici addossati alle fiancate nord e sud. L'edificio, lambito dalla Strada Valleriana, la principale arteria che collegava la pianura ai passi alpini della Valle Camonica, era collocato in posizione strategica. Per questa ragione, la Vicinia Pisognese l'organismo laicale che allora era proprietario della chiesa aveva investito nella costruzione dei portici allo scopo di intercettare il flusso di passaggio. Il portico nord, sotto il quale Girolamo Romanino aveva dipinto l'Andata dei magi alla capanna di Betlemme, è andato distrutto. Del dipinto romaniniano rimangono due ampie porzioni strappate, oggi situate nel presbiterio della chiesa, e pochi lacerti sulla parete esterna. Il portico sud, invece, è stato prima trasformato in cappella conventuale dai frati Agostiniani che avevano acquisito il complesso nel Seicento, quindi utilizzato come chiesa che oggi serve la Casa di Riposo per anziani. Nel volume citato è raccolta l'intera documentazione riguardante questa parte del complesso e una convincente ricostruzione del suo aspetto al tempo di Girolamo Romanino. Proprio sulla base di questi studi sono stati effettuati piccoli saggi stratigrafici sulle pareti del presbiterio dell'attuale chiesa della Casa di Riposo. La convinzione che questo ambiente coincidesse con l'ultima campata del portico sud di Santa Maria della Neve, comunicante nel Cinquecento con una cappella interamente dipinta da Romanino, ha guidato i nostri sondaggi. L'occasione è stata offerta da un ponteggio messo in opera per consolidare alcuni intonaci e parte degli stucchi che erano diventati pericolanti a causa della rottura di uno scarico d'acqua nell'ambiente soprastante. La presidente della Fondazione Santa Maria della Neve onlus rsa di Pisogne, Delfina Clerici, e il Consiglio di Amministrazione, hanno incaricato del lavoro la restauratrice Elena Celeri, il cui progetto di intervento è stato approvato dall'architetto Giuseppe Stolfi, dirigente della Soprintendenza territorialmente competente. Su indicazione dello scrivente, la restauratrice ha realizzato con molta precisione otto piccoli sondaggi che hanno rivelato sotto l'intonaco seicentesco le superfici originarie, comprendenti sia gli intonaci di preparazione per i dipinti, sia notevoli resti della pittura di Girolamo Romanino in un eccezionale stato di conservazione. La parete nord e le vele del soffitto hanno infatti mostrato la presenza di un intonaco a calce e sabbia, levigato in superficie e quindi rigato regolarmente con incisioni arcuate tracciate con lo spigolo della cazzuola. Si tratta di una superficie identica a quella che si trova sotto i frammenti dei dipinti di Romanino della cappella attigua. Siamo quindi di fronte all'arriccio che il pittore aveva usato come preparazione per la successiva stesura degli intonaci dipinti. Considerata la limitatezza dei sondaggi effettuati, non è possibile stabilire se si tratti di superfici non completate, di aree che hanno perduto i dipinti, o se i saggi abbiano intercettato parti danneggiate. In ogni caso l'appartenenza di questo strato alla fase di pittura di Romanino è confermato dai ritrovamenti che sono avvenuti sulla parete est. Qui non solo è stata ritrovata la stessa preparazione ma, a diretto contatto con questo arriccio, è emerso uno strato di intonaco dipinto sicuramente di Girolamo Romanino. La parete est è oggi occupata da stucchi seicenteschi, una grande ancona a tre nicchie e due mensole laterali con le statue di Santa Lucia e di Sant'Agnese. Nella parte superiore di questa parete non occupata dagli stucchi i sondaggi hanno identificato sotto le tinteggiature recenti e l'intonaco seicentesco un dipinto con una modanatura architettonica orizzontale, a sinistra l'ala rosa di un angelo e a destra una testa femminile di profilo che si staglia contro il cielo. Si tratta verosimilmente di una giovane santa, con i capelli raccolti secondo la moda del primo Cinquecento, con alle spalle un profilo architettonico. La fotografia pubblicata dimostra, ad evidentiam, la notevole qualità del dettaglio emerso e l'autografia romaniniana. Tuttavia, solo una visione ravvicinata permette di apprezzare l'eccezionale stato di conservazione della sua superficie pittorica. Nonostante la picchettatura praticata per fare aderire l'intonaco successivo, la stesura romaniniana è infatti pressoché integra, in quanto occultata dall'intonaco seicentesco che l'ha protetta dai degradi ambientali e dai restauri. Tutto ci parla di Girolamo Romanino, dalle intonazioni verdi e rosate dell'incarnato, ai tocchi pittorici veloci, fino al bellissimo tratteggio di finitura nero e bruno eseguito liberamente con la punta di un pennello sottilissimo. È una tecnica di realizzazione molto fine e controllata, diversa dalle esecuzioni più larghe e sprezzanti ampiamente presenti nelle Storie della Passione della chiesa di Santa Maria della Neve. Si avvicina però ai particolari più curati dello stesso ciclo, come ad esempio il completamento a trattini liberi e finissimi della testa Cristo nella scena con La salita al Calvario. Evidentemente i due dipinti verticali con San Sebastiano e un santo non identificato (Esculapio o Bernardo) che erano stati strappati dai lati della zona inferiore di questa parete e che oggi si conservano nel Comune di Pisogne erano solo una parte di un ciclo romaniniano più ampio che ora sta emergendo. Si effettueranno altri sondaggi per verificare l'ampiezza e la situazione conservativa dello strato di Romanino, rispettando, ovviamente, gli stucchi seicenteschi, ancorati in rottura agli intonaci romaniniani, che costituiscono la decorazione dell'attuale luogo di culto. Successivamente, potrà essere interessante riunire in questo ambiente, in una piccola mostra temporanea, i due strappi oggi conservati nel Comune di Pisogne. Sarà così possibile illustrare compiutamente il ritrovamento. Basteranno, a corredo, un paio di ricostruzioni grafiche dell'ambiente come si presentava negli anni trenta del Cinquecento, quando era stato dipinto da Girolamo Romanino.
Corriere della Sera
25 Giugno 2017
✓ Entità verificate
Scoperto a Pisogne un nuovo Romanino
VI
Vincenzo Gheroldi
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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