Oggi siamo di fronte a una nuova iconoclastia anche se fatichiamo a riconoscerla. A realizzarla non è l'Isis ma noi stessi» assicura ad "Avvenire" Salvatore Settis, già rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa e ora presidente del consiglio scientifico del Louvre di Parigi, ribadendo con forza quanto scrive nel suo nuovo libro Cieli d'Europa. Cultura, creatività, uguaglianza (Utet, pagine 108, euro 12). Perché fatichiamo a riconoscere la nostra iconoclastia, professore? «Dipende da un limite dell'orizzonte cognitivo degli uomini. Quando ci imbattiamo in qualcosa di nuovo siamo indotti a riferirci al passato per aiutarci a pensare e quindi fatichiamo a riconoscere e identificare la portata del nuovo». La distruzione delle immagini non è una novità nella storia però... «Quando accade con i Buddha di Bamiyan o a Palmira riconosciamo senza difficoltà l'azione iconoclasta. Ma quando succede davanti ai nostri occhi non la identifichiamo come tale. Provi a pensare a tutte le pievi di campagna abbandonate a se stesse? Napoli, poi, è piena di chiese lasciate andare». Non sarebbe meglio forse definirla incuria? «È sbagliato usare questo termine perché allude a qualcosa di passivo. Preferisco parlare proprio di iconoclastia per sottolinearne l'aspetto attivo. Ci si nasconde dietro la crisi economica e la mancanza di fondi ma lo sfacelo del patrimonio deriva da una scelta. Se solo recuperassimo i miliardi dell'evasione fiscale troveremmo le risorse per affrontare il problema. Ma evidentemente si preferisce permettere che i soldi vadano altrove». Quale differenza c'è tra l'iconoclastia passata e quella odierna? «Ci sono due tipi di iconoclastia nella storia. Quello di ispirazione religiosa come era accaduto a Bisanzio o nella Torino del vescovo Claudio tra l'816 e l'828 o ancora nella Ginevra calvinista. E poi c'è quella politica: pensi alle statue di Mussolini, Stalin, Saddam Hussein abbattute dopo il crollo dei loro regimi». E dunque a quale appartiene la nostra iconoclastia? «A quello politico. Oggi si vuole far genuflettere il cittadino davanti agli imperativi del mercato. Anche papa Francesco denuncia questo stato di cose nella sua enciclica Laudato si' quando sottolinea la necessità di sottomettere l'economia alle esigenze degli uomini e di combattere la tendenza contraria». Ma perché distruggere la memoria storica anziché coltivarla? «Il mondo è diventato di una complessità stupefacente. Mai l'essere umano si è trovato a fronteggiarne tanta. Per limitarne il peso si è scelto di concentrarci sul presente. Contrarre il tempo e il mondo serve a ridurne la complessità. Per uscire da questa situazione dobbiamo recuperarla, questa complessità, perché solo a partire da essa possiamo ritrovare la memoria. Per farlo occorre ritrovare il riferimento ai principi morali che il dominio del mercato ci ha costretto a rimuovere». Per esempio? «Penso all'equità che non significa offrire a tutti la stessa condizione economica ma semplicemente lottare contro il divario tra quanti oggi vivono in un'Europa prospera, dove più nessuno praticamente muore di fame, e il resto del mondo». Tornando all'iconoclastia, perché non facciamo nulla per arrestare la perdita della memoria? «Non ce ne accorgiamo nemmeno. La memoria, come negli anziani, si perde poco a poco senza avvedersene». Cosa fare per recuperarla? «Per potercene accorgere dobbiamo ricorrere alla vita esaminata, come la chiamava Socrate. Dobbiamo cominciare a osservare noi stessi per comprendere quali motivazioni spingano il nostro agire. E se la vita esaminata è importante per l'individuo si figuri per le comunità, perché è di esse che parlo nel mio saggio. Se accettiamo di sottomettere la cultura all'economia condanniamo le civiltà al declino. Mi stupisco sempre nel sentire anche politici di rilievo rispondere a chi chiede loro conto dello sfacelo del patrimonio artistico italiano che prima occorre mettere a posto i conti e poi finalmente occuparsi della cultura». Le scuole dovrebbero sensibilizzare sulla perdita della memoria... «Purtroppo le riforme attuate in Italia tendono a creare esecutori ubbidienti e non cittadini consapevoli. È vero che questa tendenza è ormai generalizzata un po' ovunque. Ma non vale per le scuole più sofisticate. Negli Stati Uniti per esempio così funziona la gran parte delle scuole pubbliche ma non per le scuole private. Peccato però che pochi possano permettersele. Crescerà così anche in Italia una disparità tra scuole con cittadini che godranno di una formazione di livello inferiore. E questo è inaccettabile». Come riattivare il circuito di trasmissione per riattivare la memoria? «Un ruolo fondamentale lo giocheranno le associazioni civiche. Quelle che agiscono per esempio in difesa del teatro, della musica o per altri scopi che purtroppo non si collegano tra loro. Esse sono importanti centri di trasmissione intergenerazionale. Queste associazioni dovrebbero federarsi per darsi una voce comune ed esercitare pressione sui partiti politici. Grazie a esse potrà riemergere una nuova coscienza civica e nascere una democrazia che partirà dal basso».
Avvenire
22 Giugno 2017
La deriva del nostro patrimonio
SA
Salvatore Settis
Avvenire
Artista / Persona
Bene culturale
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