Sibani: «L'idea sarebbe non di guadagnare ma di non perdere. Genus prenderà questa direzione» Dal prossimo anno meno mostre e tagli alle sedi in convenzione. La presentazione è quella del bilancio della Fondazione Carisbo, ma in realtà a tenere banco sono i conti della creatura di Fabio Roversi Monaco, Genus Bononiae e quei 10 milioni di euro all'anno che cominciano a essere troppi per Palazzo Saraceni. È arrivato quindi il momento di sforbiciare. Dove cominciare non pare essere un problema. Il quesito è stato posto all'advisor Boston Consulting che deve ancora fornire alcuni dettagli, ma in compenso ha già spiegato quali sono le prime mosse da fare. E il presidente della Fondazione Leone Sibani le condivide tutte. «Dobbiamo ridurre le mostre. Altrove ne fanno 2-3 all'anno, noi ne facciamo dieci. L'idea sarebbe quella di fare mostre non per guadagnare, ma almeno per non perdere. Se invece ci perdo fino a 300.000-400.000 euro l'una e ne faccio 10 all'anno, si fa presto», calcola Sibani. Per dire, quella sulla street art «ha avuto un grande impatto, ma tra polemiche sui giornali e misure di sicurezza da rispettare, i suoi costi si rivelarono significativamente elevati alla fine». Altro esempio è quella in corso a Palazzo Fava sulla collezione Giovanardi, dove la «risposta del pubblico è deludente» ammette Sibani, forse anche in mancanza di una adeguata campagna pubblicitaria. «Non c'è nemmeno uno stendardo in via Indipendenza», osserva. Questa è quindi la linea che emergerà dal cda della Fondazione e alla fine «Genus prenderà questa indicazione», ne è convinto il presidente. Altri risparmi dovrebbero arrivare da un taglio degli spazi. Non certo quelli di proprietà della Fondazione, come Palazzo Fava, che non saranno certo messi in vendita. Le forbici potrebbero però riguardare le attuali sedi in convenzione, e cioè Santa Maria della Vita, Santa Cristina e l'Istituto ortopedico Rizzoli. Rispetto al bilancio, Sibani promette che non diminuiranno le erogazioni per le attività di welfare e sociali che dovrebbero anche nei prossimi anni restare stabili attorno ai 17 milioni di euro all'anno. E dopo aver presentato i conti di Palazzo Saraceni, il presidente della Fondazione non elude uno dei temi caldi di questi giorni sul fronte economico cittadino, ovvero la corsa alla presidenza della Fiera, ora che il sindaco Virginio Merola sta spingendo per il numero uno di Granarolo Gianpiero Calzolari, dopo aver in un primo tempo fatto intendere che avrebbe condiviso l'idea di un bis dell'attuale presidente Franco Boni. «È improprio parlare di cambio di rotta», si difende il sindaco, perché «le ipotesi, anche attraverso mie dichiarazioni, di una continuità di incarico a Boni hanno sempre tenuto in considerazione un orizzonte temporale a scadenza che sarebbe stato successivamente definito». Fatto sta che ora la partita si è spostata su Calzolari, il cui nome è altrettanto «improprio trascinare dice Merola in un ambito di polemica e contraddizione». Ma il tempismo e le modalità da lui adottate per lanciare il presidente di Granarolo hanno creato irritazione sia tra i soci pubblici della Fiera, a partire dalla Camera di Commercio, sia tra quelli privati. E anche Sibani non ha gradito. «Mi sorprende questo cambio di scenario repentino e non conosciuto. Certamente qualche imbarazzo in più lo determina. In queste scelte bisognerebbe sempre puntare alla soluzione più adeguata e meglio rispondente alle esigenza della società che si va a presiedere». E questa soluzione potrebbe corrispondere al nome di Calzolari? Seppur con molta diplomazia, la risposta di Sibani non pare andare nella direzione del leader di Granarolo. «Lo conosco da trent'anni e ho un'ottima considerazione di lui come manager», premette Sibani. Ma «non c'è dubbio che avrebbe un compito non facile, perché andrebbe a sostituire una persona che ha 20-25 anni di esperienza nel settore fieristico e che qui ha fatto un ottimo lavoro».