Bruno Discepolo ha proposto una riflessione sul significato che la probabile soppressione della cupola progettata da Fuksas per la stazione Duomo del metrò porta con sé. Lo ha fatto in un articolo su Il Mattino che, già nel titolo «Se le scelte non sono mai condivise», mette a fuoco proprio questo significato. Di che si tratta? Si tratta di una tendenza al silenzio prodotta dalla convinzione che il dibattito pubblico sia non solo inutile, ma anche dannoso, estesa giustamente nello stesso articolo all'atteggiamento che i responsabili della trasformazione dell'area di Bagnoli hanno recentemente manifestato. Un atteggiamento nella scena napoletana, né nuovo, né di importanza secondaria. Molto più forte nelle vicende urbanistiche della nostra città che altrove, in Europa e in generale nel mondo occidentale. Quali sono le motivazioni di questa anomalia? Credo che interrogarsi sui motivi di fondo di questo atteggiamento non sia un esercizio inutile. Tradizionalmente il silenzio tendeva a proteggere scelte che favorivano interessi particolari, negativi per il cosiddetto bene pubblico, sveltamente, ma non impropriamente, etichettate come «speculazioni». Ma sarebbe sbagliato ridurre la riflessione solo a questo. Il silenzio trovava alimento, giustificazione, anche in un dibattito pubblico non organizzato, brado, finalizzato prevalentemente a una interdizione, talvolta addirittura pregiudiziale, nei confronti delle trasformazioni urbane. E quindi appunto non solo inutile, ma addirittura dannoso. In più in qualche caso la richiesta di partecipazione alle decisioni pubbliche di trasformazione del territorio si manifestava in forme immature e rituali, non efficaci. Ma riconosciuto tutto questo, non si mette in luce però quello che è il limite principale dell'atteggiamento che privilegia il silenzio dei decisori pubblici. E il limite sta nel modo di considerare i progetti pubblici, i piani. Questi vengono considerati solo in base alla presunta cogenza tecnico-normativa delle trasformazioni che sono in grado di indurre. Trascurano il dato di fondo costituito dall'essere i piani e i progetti pubblici un evento culturale. Cioè un evento che potrebbe esprimere la capacità di trasformare anche le culture degli attori che producono la città e il territorio. Che è la differenza fondamentale tra un piano «prescrittivo», redatto senza la collaborazione strutturale del pubblico («lo Stato prescrive, la società attua»), e un piano «strategico» che si fonda intrinsecamente su questa collaborazione. Ma è evidente che in questo modo, nella discussione, si offre al pubblico anche la possibilità di entrare nel merito del costi e benefici degli interventi: costi per chi, benefici per chi, e in che misura. E per restare stretti alle vicende di casa nostra questo contribuisce a spiegare i motivi dello stallo della Città metropolitana di Napoli. L'incapacità ad affrontare i rischi del dibattito pubblico (dalla formazione delle zone omogenee al piano strategico) porta alla scelta del silenzio, che finisce per trasformarsi in inattività. Certo, non si tratta di affidarsi a procedure improvvisate, si tratta di mettere in campo modalità che vanno accuratamente preparate e gestite tecnicamente e politicamente, ma se aggirate finiscono inevitabilmente per produrre esiti negativi. Comunque la richiesta del silenzio è inaccettabile, richiama il «noli turbare circulos meos» della leggenda su Archimede e il soldato romano, con le nefaste conseguenze tramandate.
Corriere della Sera
22 Giugno 2017
Napoli. Quei troppi silenzi attorno all'urbanistica
AT
Attilio Belli
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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