Il «regalo« inviato al ministro Franceschini, Sgarbi Cacciari e Daverio VEDELAGO. Cosa volesse dire con quel pacco è stato subito chiaro. Dentro c'era un wc di ceramica, mica d'oro come quelli di Maurizio Cattelan. Un prodotto creato da Dolomite, valore sul mercato di poco meno di cento euro. Una metafora neppure tanto sottile di un disappunto incontenibile, quello legato alla gestione dell'archivio di famiglia. Lui, il conte Leonardo Marco Emo, che oggi vive in provincia di Firenze, aveva deciso di spedirne venti, di questi wc, prendendo in mezzo tutti, dal Credito Cooperativo Trevigiano a Philippe Daverio, passando per il governatore Luca Zaia. Accusandoli a vario titolo di non tutelare la villa di Palladio a Vedelago, ceduta tredici anni fa all'istituto di credito. Neppure il tempo di consegnare i pacchi ed ecco, è esplosa la baraonda. Il presidente della Fondazione, Armando Cremasco, è rimasto in tema: «Questa protesta mi sembra proprio una grande cag». Ma riavvolgiamo un attimo il nastro per capire da dove nasce la battaglia storico-volgare che ruota attorno al patrimonio artistico di Fanzolo di Vedelago, nel Trevigiano. Una villa di metà del Cinquecento pensata da Andrea Palladio che alcuni anni fa veniva minacciata da una cava di ghiaia mentre gli antichi proprietari non avevano la possibilità economica di gestirla. Dopo una sollevazione popolare la Bcc decise di comperarla (era maggio del 2004 ) e di custodire i documenti di famiglia degli Emo, che però ne manteneva la proprietà. Un patrimonio di libri e scritti di vario genere, alcune risalenti persino al 1300, concessi in comodato alla Banca che ha delegato la Fondazione per la gestione. Dopo qualche anno, anche alla luce delle normative sempre più severe della soprintendenza ai beni archivistici, Piero Pignata, presidente dell'istituto di credito, ha inviato la richiesta di modifica del comodato d'uso per sgravarsi di alcune difficoltà, in primis il fatto che il Conte in qualsiasi momento poteva chiedere la restituzione dell'archivio. In risposta, è arrivata una lettera che Cremasco definisce «farneticante» e quindi la controreplica di Pignata, lo scorso 2 maggio: «Venga a riprendersi l'archivio della sua famiglia entro il 30 giugno, noi non lo vogliamo più». Il resto è la cronaca dei venti pacchi postali, inviati anche a tutto il cda della Fondazione Villa Emo con i revisori dei conti, la Banca d'Italia, il ministro Dario Franceschini, la Sovrintendenza di Venezia, la Direzione regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, i carabinieri di Treviso e Vedelago, la questura, il sindaco Cristina Andretta, la sua polizia locale e tre «probiviri scelti dall'autore in qualità di emeriti maestri della cultura»: oltre a Daverio, Massimo Cacciari e Vittorio Sgarbi. Queste le parole con le quali il conte ha motivato la sua polemica: «Noto un segnale d'allarme sul complesso monumentale, minacciato dal sistema ancora predominante della cultura retrograda e ignorante». Tra chi ha ricevuto i pacchi, invece, c'è più silenzio sdegnato che voglia di replicare. Attacca Giacinto Cecchetto, consigliere della Fondazione. «Non voglio neppure toccare quel pacco, ho chiesto di portarlo direttamente in un centro rifiuti. E pensare che proviene da una famiglia che dominava il Veneto». Il sindaco Andretta: «Non mi sento di entrare nel merito di una vicenda per la quale non c'entro nulla. Di certo non apprezzo il metodo: bastava chiedere un incontro per parlarne».