Conosco Peter Eisenman da più di cinquant'anni. Per questo non mi sorprende che per il suo nuovo cantiere milanese si sia ispirato (come ha dichiarato nella sua intervista al Corriere ) a Muzio, al movimento milanese del «900» e a Caccia Dominioni. Così come non mi sorprende (anzi mi rende molto lieto) il suo interesse per quella storia e quel contesto che ci hanno da sempre positivamente divisi. Positivamente perché credo che siano simmetricamente responsabili della condizione dell'attuale regno degli «archistar». Responsabili, ma solo parzialmente, perché l'apparenza a cui oggi sembra essersi ridotta l'idea della «novità» del progetto di architettura, ne riduce al tempo stesso radicalmente i caratteri di pratica artistica. E responsabili parzialmente anche perché una parte della nostra generazione è responsabile di aver aperto a un interesse stilistico finito nella povertà postmoderna, mentre un'altra parte (come quella di Eisenman), reattiva a ogni interesse per luogo e storia e neoavanguardista (ma anche contraria alla tradizione del movimento moderno), ha finito per favorire la finta libertà alla decostruzione e l'asservimento agli interessi del capitalismo finanziario globale. «Essere discreti è un obiettivo contro gli eccessi»: è questo il punto di vista con cui Eisenman conclude la sua intervista. Sono d'accordo con lui da più di cinquant'anni, ma so bene che sostenerlo oggi è divenuta un'impresa quasi disperata.