Vivono grazie agli appassionati. Dalla Grande guerra ai bottoni, dalla tonnara alle lanterne, oggi si mostrano al pubblico Troppo spesso i politici, nel nostro Paese, preferiscono affidarsi a riforme che garantiscano un'immediata efficacia mediatica. Non rivolgendo un'attenzione necessaria ad alcune situazioni all'apparenza minori e marginali. Ci riferiamo, ad esempio, ai mini musei, che vengono celebrati oggi con la prima Giornata nazionale (promossa dall'Associazione dei piccoli musei presieduta da Giancarlo Dall'Ara). Di cosa si tratta? Sono l'altra faccia dei «supermusei». Piccoli archivi ordinati sovente per iniziativa di ristrette comunità o di individui singoli. In Italia, se ne contano quasi diecimila. Sono ovunque. Si propongono di mostrare raccolte di reperti antichi e moderni. Lanterne magiche (a Padova), bottoni (a Sant'Arcangelo di Romagna). E ancora: reliquie della Grande guerra (a Cortina e a Vittorio Veneto), attrezzi per la tonnara (a Stintino), fotografie e oggetti legati alla bora (a Trieste). Ma potremmo citare tanti altri casi. È nato così una sorta di plurale e vivace puzzle disseminato dal Nord al Sud. Che ci invita a riattraversare l'Italia dei comuni e delle contrade percorrendo sentieri alternativi. Una fitta e dinamica trama di esperienze che, pur lontane tra di loro, sono accomunate da alcuni tratti. Nella maggior parte dei casi, i mini musei sorgono in aree geografiche periferiche, distanti dai circuiti turistici più battuti. Poco documentati dal sistema dei media, per niente sostenuti dalle istituzioni nazionali e locali, impegnati a sottrarsi a una logica di tipo assistenzialistico, poco attrattivi per assessori sensibili solo agli «eventi» pop, indifferenti alle regole del marketing, incapaci (per ragioni economiche) di avviare campagne comunicative, non sempre adeguatamente preparati dal punto di vista museografico, queste realtà autarchiche sono strettamente legate alla storia dei contesti in cui si trovano e, insieme, aspirano a determinare il rilancio di quegli stessi contesti, svelandone vicende e sapienze dimenticate. Non di rado sono l'esito dello slancio catalogatorio ed enciclopedico di qualche erudito o appassionato. Sorrette dall'esigenza di ricordare tradizioni e di tramandarle, nascono sempre «dal basso», secondo la strategia del bottom-up: per iniziativa di volontari o di associazioni culturali. Pur senza mezzi finanziari e con una certa ingenuità, provano a mettere in scena originali forme di storytelling, in cui si mescolano arte, artigianato, antiquariato e filosofia da «mercato delle pulci». Non inseguono il successo facile, da grandi numeri. Ma vogliono attrarre un pubblico di curiosi, che li scoprono un po' per caso. Queste «unicità» italiane ci consegnano un volto inedito del nostro Paese. L'auspicio è che presto i vertici del ministero sappiano sostenerle e valorizzarle.