Da alcune settimane incombe sul Palatino un enorme palco, allestito per mettere in scena un musical rock ispirato a Nerone, che tante polemiche ha già sollevato. Lo dico senza giri di parole. Trovo che questa scelta sia stata un errore, per almeno due motivi. Nel momento in cui si prevede di allestire strutture di questo tipo all'interno di un'area archeologica (e in genere in ogni monumento o luogo della cultura) si dovrebbe valutare attentamente il rischio di danneggiamenti del bene culturale, sia diretti (in questo caso pare che fortunatamente non ci siano stati danni, anche se si dovrà verificare la situazione al termine dell'operazione), sia indiretti, per un eccesso di impatto visivo (e nello specifico anche acustico) e di squilibrio tra la struttura allestita e il contesto. In questo caso l'impatto è sinceramente eccessivo, insopportabile, fastidioso, anche in considerazione della durata dello spettacolo per molti mesi. Basta affacciarsi nella zona del Colosseo per rendersene conto. Ha dunque sbagliato, a mio parere, il soprintendente Francesco Prosperetti ad autorizzare questa realizzazione. E ha sbagliato ancor di più nel dichiarare di essersi pentito e di non essersi reso conto dell'impatto: circostanza alquanto incredibile nell'epoca dei rendering e di ogni sorta di simulazione virtuale. Peraltro la decisione è stata assunta senza una consultazione nemmeno del Comitato Scientifico della Soprintendenza, di cui chi scrive fa parte insieme ad autorevoli colleghi del calibro di Andrea Giardina e Eugenio La Rocca (e nel CdA siedono altre personalità come Carla Barbati, Edith Gabrielli, Daniele Manacorda, Clementina Panella): un consiglio, in questo caso, come in altri, il Comitato lo avrebbe dato volentieri. C'erano certamente altri luoghi più adatti, nei quali tale presenza sarebbe stata meno invasiva. E dove si sarebbero creati assai meno problemi anche per gli ottimi funzionari della Soprintendenza, che cercano con grande competenza e intelligenza di rendere conciliabili le ragioni irrinunciabili della tutela con quelle della valorizzazione e della fruizione. C'è, però, un secondo motivo, forse ancor più preoccupante, nella prospettiva di chi scrive, per considerare quest'operazione un grave errore: offre un facile ed efficace argomento a chi si oppone alle riforme in corso nell'ambito dei beni culturali; un argomento infatti ampiamente e strumentalmente utilizzato in questi giorni per attaccare il processo riformatore. Peraltro, la coincidenza con la sentenza del TAR che ha bloccato l'istituzione del Parco del Colosseo appare ancor più inquietante. Oggi che le riforme sono sotto attacco, non con proposte alternative, come sarebbe legittimo, ma con il ricorso ai cavilli e ai TAR, sarebbe necessario ancor di più porre la massima attenzione a non offrire facili armi a chi strumentalmente accusa le riforme di voler trasformare i musei in "luna park" e "disneyland": sfido chiunque a indicare degenerazioni di tale tipo nei grandi musei autonomi, che in questi anni hanno dato vita solo a importanti iniziative culturali, hanno accresciuto notevolmente il numero dei visitatori, hanno aperto le porte dei musei e dei parchi alle città e alle comunità locali (e le manifestazioni di solidarietà e di sostegno dei cittadini ai direttori sospesi dal TAR lo stanno a dimostrare con forza): altro che separazione dei musei dai territori! Questa vicenda non ha nulla a che fare con le questioni relative ai musei e parchi autonomi, alle soprintendenze territoriali uniche e alle altre innovazioni introdotte dalle riforme. Anzi, semmai potrebbe essere addirittura un argomento a favore. L'autorizzazione del palco è stata data da una Soprintendenza e non dal Parco (che ancora non esiste), anzi, a voler essere precisi, dall'ultima Soprintendenza settoriale ancora esistente (quelle, cioè, rimpiante da alcuni): la Soprintendenza speciale per il Colosseo e l'area archeologica centrale di Roma, di recente trasformata, giustamente, in Soprintendenza speciale unica per la tutela del patrimonio culturale dell'intero territorio comunale di Roma. Sbaglia quindi chi voglia considerare parco come sinonimo di palco! Non mi sembra, invece, opportuno entrare nel merito del tipo di spettacolo e della sua qualità, non solo perché non l'ho visto (e non sono certo un critico musicale o teatrale), ma soprattutto perché non condivido il pensiero di chi ritiene, non senza un certo snobismo, che in un'area archeologica o in complesso monumentale un concerto di musica classica possa andare bene ma non un concerto rock, un quartetto d'archi sì, la musica rock no. L'elemento discriminante dovrebbe essere solo la salvaguardia del bene da un lato e la coerenza di ogni intervento con un ben preciso progetto culturale. Da questo punto di vista appare evidente la distanza tra il Nerone rock e i bellissimi, efficaci, entusiasmanti, spettacoli multimediali proposti da Piero Angela nei fori di Augusto e di Cesare, che tanto successo hanno infatti riscosso. Un direttore e un comitato scientifico di un parco o di un museo non sono e non dovrebbero essere una sorta di commissione di censura, ma dovrebbero avere il compito di definire un progetto scientifico e culturale e una strategia comunicativa, che dovrebbe garantire la qualità tanto del percorso espositivo quanto delle attività culturali organizzate eo ospitate, e anche dei cd "servizi aggiuntivi", dal bookshop alla caffetteria e al ristorante. Anche quello che si mangia visitando un museo o un parco archeologico dovrebbe contribuire a far conoscere meglio un sito, un territorio, una comunità, non come certi cibi da autogrill autostradale o da centro commerciale ancora proposti nei ristoranti di importanti musei e parchi, sulla base di vecchi bandi e di vecchie concezioni contro i quali non si manifestano le stesse proteste scandalizzate.
The Huffington Post
16 Giugno 2017
ROMA-Il palco sul Palatino è un errore e un regalo agli oppositori delle riforme
GI
Giuliano Volpe
The Huffington Post
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