ALCUNE delle più recenti applicazioni delle tecnologie informatiche hanno cambiato la vita di ciascuno di noi. L'avvento di internet, del World Wide Web e degli smartphone ha un impatto profondo e crescente sulle nostre abitudini, sul nostro linguaggio, sul nostro modo di concepire cosa si può fare e come si può farlo. Il nostro modo di comunicare è stato profondamente trasformato e, in quest'ambito, una posizione di estremo rilievo è stata assunta dai cosiddetti social network e dall'insieme di informazioni che dal loro studio è possibile trarre e analizzare, nonché dall'uso che di esse si può fare. Per capire la dimensione del fenomeno, basta ricordare che ogni giorno oggi viene immessa sul web una quantità di informazione pari o superiore a tutta quella creata dall'umanità dagli inizi della storia conosciuta fino all'anno 2003. In questo dinamico contesto, da alcuni anni l'università di Salerno lavora all'utilizzo delle tecnologie legate ad internet e al World Wide Web per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale della Campania. Per questo l'ateneo salernitano, assieme alla Federico II, al Cnr e a un partenariato di altri 60 soggetti tra enti di ricerca e aziende ha dato vita a Databenc, il "Distretto ad alta tecnologia per i beni culturali". Il patrimonio culturale, infatti, è una ricchezza immensa di cui non sempre siamo consapevoli, che spesso trascuriamo e lasciamo deteriorare e che raramente valorizziamo nelle sue potenzialità economiche legate al turismo. Assieme ai colleghi Vittorio Scarano e Luca Cerchiai, abbiamo dato vita al progetto Hetor, un progetto pilota del Distretto, coordinato dall'università di Salerno (http:hetor.databenc. it) e finanziato dalla Regione, dal Miur e dall'Unione europea, attraverso la confluenza dei progetti Chis e Route-to-Pa. Hetor ha come obiettivo la promozione della conoscenza dei beni culturali, mediante piattaforma informatica integrata, inclusiva e collaborativa. La piattaforma fornisce servizi per raccogliere e rendere facilmente consultabile il patrimonio di dati aperti, cioè disponibili per la fruizione, gli open data appunto, che può essere fornito dalle istituzioni così come dalle comunità del territorio, quali, ad esempio, le associazioni, le scuole. La piattaforma dà la possibilità a una comunità di utenti di fornire contenuti in cooperazione e di ospitarli su di un sito che offre informazioni sul patrimonio culturale. Innumerevoli sono le possibilità per le comunità locali per contribuire al progetto: dalla raccolta e sistematizzazione di risorse culturali "minori" sul territorio a quelle di tipo ambientale e anche etnografico. Solo a titolo di esempio, nel corso del primo anno di vita del progetto, diverse realtà territoriali hanno dato vita alla raccolta di informazioni sugli antichi mestieri e a quella sulle edicole votive; alla ricerca di antichi giochi dei bambini, alla individuazione degli stemmi e delle famiglie nobiliari di una data area; alla raccolta di informazioni su chiese, cappelle e chiesette. Ogni elemento del nostro patrimonio culturale può essere argomento del lavoro di associazioni e gruppi di cittadini all'interno di Hetor. Alla fine del processo collaborativo di co-creazione, i dati sono pubblicati sul sito di open data di Hetor, con la licenza open che ne permette e ne favorisce la diffusione. Dando origine a una coscienza viva, perché formata da apporti diversi che reca in sé il germe della creazione di nuove realtà positive. L'autore è professore di Reti di calcolatori all'università di Salerno e direttore del Centro Ict di ateneo per i beni culturali
la Repubblica
7 Giugno 2017
Databenc, alte tecnologie per tutelare e valorizzare i beni culturali campani
MA
Massimo De Santo
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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