Si presenta giovedì 8 maggio alla Società di storia patria l'ultimo catalogo sulle collezioni del museo. «Il 60 delle opere resta ancora in deposito» Oggi si presenta l'ultimo volume della collana sulle raccolte storiche e postunitarie del museo di Capodimonte, fondata e diretta da Nicola Spinosa ed edita da Electa. Il capitolo, il nono, tratta dei dipinti del XVII e XVIII secolo delle scuole italiane ed europee. «È la prosecuzione spiega l'ex soprintendente del polo museale di un lavoro iniziato nel 1994. L'ultimo volume era stato pubblicato nel 2010». Come mai è trascorso tanto tempo? «Sei anni sono tanti. Come scrivo nella prefazione, il volume era pronto già nel 2011 ma ci sono stati un po' di problemi e non si trovavano i fondi per pubblicarlo. Diciamo che dopo il mio pensionamento chi era disposto ad investire è sparito». Vecchia storia... «Ma per fortuna c'è ancora chi è interessato all'arte e a Napoli. Così qualche mese fa Errico di Lorenzo, presidente degli Amici di Capodimonte, mi ha chiamato e mi ha detto che la Matthiesen Foundation, società di Londra che in genere si occupa di medicina, era pronta a darci una mano. Il suo vertice ama Napoli ed è un appassionato d'arte». Dalla città nessun cenno di aiuto. «Quello che abbiamo fatto in questi anni è stato un lavoro molto importante. La catalogazione di un patrimonio artistico che appartiene a una città che è stata una delle più grandi capitali del mondo e che è ancora una metropoli dove varie culture si incontrano, dialogano e danno vita a nuove forme artistiche. I nostri volumi sono stati un laboratorio di formazione, un'occasione di conoscenza, un centro di studio che ha fatto nascere decine di ragazzi che sono diventati poi professionisti qualificati e sono andati a gestire tesori d'arte in tutta Italia. Napoli crea». Professore, stasera alle 18, la presentazione nella sede della Società di storia patria al Maschio Angioino. Ma non sarebbe stato più naturale farla al museo di Capodimonte? «Ovvio, ma lì non ci hanno voluti. Ci saranno delle ragioni che non conosco». Eppure il direttore Sylvain Bellenger firma la seconda introduzione del catalogo? «Noi abbiamo fatto i nostri inviti, altri hanno chiuso le porte di quella che non è casa loro a una iniziativa che arricchisce la città. Alcuni musei mi hanno proposto di presentare il volume ma sono stato costretto a dire di no per non tradire un luogo che amo e che ho contribuito a creare. Così ho scelto la Società di storia patria di cui sono socio e che è super partes». Ci parli del catalogo? «È riservato ai dipinti del XVII e XVIII secolo delle scuole italiane ed europee con opere, tra gli italiani, di Guido Reni e Domenichino, del Grechetto e Artemisia Gentileschi, di Carlo Saraceni e Sebastiano Ricci, di Panini e Bellotto, o, tra gli stranieri, di Simon Vouet e Mattia Stomer, Claude Lorrain e van Dyck, di Finson e van Somer, con l'aggiunta di alcune tele giovanili e del periodo romano di Jusepe de Ribera». Quanta bellezza. Ma è possibile vedere queste opere nel museo di Capodimonte? «Non tutte. Il 60 per cento è nei depositi. Però i napoletani devono sapere la consistenza del loro patrimonio artistico. Noi abbiamo fatto questi cataloghi pensando alla città, per diffondere conoscenza. Anche per questo alla presentazione ho chiesto al professore Mascilli Migliorini di parlare dell'importanza dell'arte per Napoli e di Napoli per l'arte». Cioè? «Pensiamo, ad esempio, a Caravaggio e al suo viaggio in città. Ma crede che la sua arte non sia stata influenzata da Napoli? Abbiamo realizzato anni fa una mostra che lo spiegava bene. E Picasso? Ora si espone il suo Parade senza spiegare come i pastori del presepe, visti dal pittore a San Martino, lo abbiano influenzato. E Ribera? Ci sarebbero tanti esempi da fare». Parade, Capodimonte. Gli allestimenti realizzati da lei hanno resistito tanto tempo, ma ora vengono messi in discussione. «Noi abbiamo lavorato fin dal 1993 sulle collezioni perché sono legate alla storia. La Farnese, quella Borbonica. Opere d'arte raccolte secondo un criterio, secondo un'anima che alla fine è quella di Napoli. Il senso è dare un filo conduttore. Ora si vuole cambiare tutto. Creare un percorso che racconti come si sia sviluppata la storia dell'arte in Italia. Ma mancano alcune pagine e si finirà con il presentare un compitino scolastico che toglierà l'anima a Capodimonte. Qui si racconta l'identità di Napoli, la sua personalità nella storia e nella pittura come nel gusto. Non si può mescolare tutto e preparare un minestrone. Quando arrivò il nuovo direttore un eminente rappresentante del governo in visita al museo gli disse: "devi rivoltare Capodimonte come un calzino". Chi paragona una delle più importanti pinacoteche del mondo a un pedalino non è che ne capisca molto di arte. Ora portare qui Vermeer, prestare in giro i nostri capolavori, esporre Van Gogh rubati e recuperati fa parte della strategia commerciale. Manca un progetto. E se c'è, nessuno lo ha visto. Nei depositi, come testimoniano i nostri cataloghi, ci sono migliaia di opere. Usiamole». Come? «Qualche tempo fa proposi di prendere cinquecento pezzi, fare una mostra, e mandarla in giro per il mondo. I musei di mezzo pianeta sarebbero disposti a pagare enormi cifre pur di accaparrarsela. E con quei soldi si potrebbe restaurare, creare sviluppo, lavoro». E come è andata a finire? «Lungo da spiegare. Troppi interessi contro. La mostra non si è mai fatta».