Si avvicina la fine del Settecento quando Goethe, ispirato dalla grandezza dell'antichità romana, esprime la propria visione dell'architettura come «seconda natura intesa alla pubblica utilità». È sempre più evidente, oggi, come questa concezione sia attuale. Se dalla Natura dipende infatti la vita, da una seconda natura deve dipenderne almeno una parte. Dall'architettura dipende appunto l'influenza sulla qualità della vita degli uomini dovuta ai luoghi dove essa si svolge, in una parola, i loro habitat. I paesaggi sono trasformati dall'architettura, seppure non solo da essa, e danno conto della democrazia espressa dalla qualità degli habitat. La complessità strutturale dei paesaggi esige che le loro interpretazioni siano trans-disciplinari. Un vero dialogo fra le specializzazioni e la ricerca di «una visione unificante», attraverso «uno sguardo generale», consentono sintesi necessarie per rispondere alle esigenze umane, in vista di decisioni operative, con il miglior grado di approssimazione della complessità dei paesaggi. Settis avverte in termini espliciti l'esigenza di «ripensare categorie interpretative, linguaggi e prospettive» a cui ha fatto riferimento; ad esempio, nella concezione dei paesaggi come realtà «da vivere e non solo da vedere»; concezione all'apparenza ovvia, quanto in realtà distante dall'equivalenza tra paesaggio e veduta che ha dominato la cultura italiana del Novecento e strutturatole norme e le prassi di tutela. La considerazione della dimensione ecologica del paesaggio come co-essenziale a quella scenica fa risultare dunque lo stesso Settis eccentrico rispetto alla tradizione di tutela di cui afferma l'importanza, pur non risparmiado le critiche, in particolare a riguardo dell'ipertrofia normativa. Le relazioni tra architettura e democrazia sono una parte rilevante dell'insieme più complesso di quelle tra democrazia e sostenibilità. Ciò che difetta nelle espressioni di ognuna di queste categorie pregiudica le altre; esse non sono affatto astratte e la luce sotto la quale l'autore vede le generazioni future contribuisce ad evidenziarne la concretezza: «cittadini necessari, presenti da subito », dunque soggetti certi e reali nel loro futuro, che occorre considerare nel concepire e nel costruire il nostro presente. Altre due posizioni emergono nel libro, significative quanto ancora eccentriche nel nostro Paese. Settis le esprime con incisività: «l'opposizione natura-cultura deve essere ripensata in termini di continuità fra l'uno e l'altro dei suoi poli», e «fra architettura e paesaggio può esservi calcolata armonia». Un'ulteriore riflessione sulle urgenze della contemporaneità mette al centro il tema del confine. Oltre la questione delle distinzioni città-campagna, sempre più mutate dalla diffusione urbana, tornano infatti ad acuirsi i limiti nelle città, sotto forme nuove, con il moltiplicarsi degli estremi di comunità economicamente ricche, fisicamente chiuse, e di comunità povere, altrettanto isolate. La questione democratica del «diritto alla città» risulta così una prospettiva etica fragile a fronte della solidità della «proprietà privata come diritto illimitato sul suolo». Il libro ipotizza un percorso non convenzionale anche intorno alla generazione culturale del patrimonio territoriale. Il processo di riconoscimento dei valori può essere fondato e avviato sulla percezione sociale dei rischi e delle necessità ambientali, per risalire progressivamente fino ai beni archeologici, passando per i paesaggi e i beni storici, con un'inversione della sequenza tradizionale, ritenuta troppo distante dalla quotidianità della vita per ricevere l'attenzione necessaria. Nell'ultimo capitolo, «Teatro della democrazia », gli argomenti del libro sono ricondotti a un senso complessivo che mostra la potenzialità di una visione politica. L'interpretazione del presente è basata sul passato, sulla sua ricchezza di riferimenti teorici ed empirici e la conseguente capacità d'indirizzo, ed è volta al futuro, come concreta tensione evolutiva. L'indifferenza che prolifera in silenzi colpevoli e l'opposizione che si esaurisce in "no" astratti sono due opposti frequenti che indicano la distanza che i nostri tempi hanno posto fra la gente e i luoghi, inducendo così carenze di cura e conseguenze di fragilità delle tutele culturali. D'altra parte la nostra storia novecentesca ci distingue da paesi europei a noi vicini, come la Francia, la Svizzera, l'Austria e la Germania. Decennio dopo decennio, la progressiva esclusione istituzionale delle persone dal discorso sul paesaggio ha portato a forme gravi di de-responsabilizzazione. La concezione della tutela imposta ed esercitata per via vincolistica, seppure sia ispirata «all'interesse generale della comunità e alla qualità del vivere civile», non è in sé prossima ad un vero «discorso dei cittadini, fra i cittadini all'interno della polis». «I cittadini - scrive Settis sono troppo spesso passivi spettatori, pronti ad indignarsi ma non a immaginare cause e rimedi» alle trasformazioni critiche. E, d'altra parte, «troppo spesso scrittori, artisti, fotografi adottano, davanti a questi sviluppi minacciosi, un'attitudine estetico-descrittiva: mal'angolatura estetica diventa un alibi, una fuga da ogni responsabilità, il rifiuto di giudicare e di imputare le colpe a chi le ha». I fatti sono evidenti nelle qualità, scadenti ove non critiche, dei paesaggi ordinari che viviamo. Non è dunque corretto riconoscere alla tutela vincolistica un'efficacia soddisfacente; né è plausibile l'attribuzione ad essa di responsabilità dirette che non ha; quelle dei progetti sono infatti per primi dei committenti e dei progettisti, sia che essi riguardino la metà del Paese vincolata, come nella parte restante che non ha ricevuto la medesima attenzione dal legislatore e dalle soprintendenze. Questo libro mette così in luce il ruolo e dunque la responsabilità dell'architettura nella definizione degli spazi e delle relazioni che nelle città e in generale nei paesaggi concorrono a determinare la qualità della vita delle persone. Per quest'ultima e perla democrazia da cui essa dipende, è dannosa tanto l'autoreferenzialità del fare pubblico, quanto la sua incapacità di regolare quello privato.
il Sole 24 Ore
11 Giugno 2017
L'architettura per vivere bene
GA
Gabriele Paolinelli
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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