LA mano tesa del vincitore verso lo sconfitto non è per concedere l'onore delle armi ma per battere cassa. Il giorno dopo il pronunciamento del Tar che ha bocciato l'istituzione del Parco Archeologico del Colosseo, Luca Bergamo, vicesindaco e grande avversario della riforma targata Franceschini, si rivolge al ministro con due richieste. La prima: «Costruiamo un organismo unitario e integrato che vede rappresentate l'autorità dello Stato e l'autorità del Comune ». Un ritorno al passato, dunque, a quell'accordo di valorizzazione dei Fori siglato dall'ex sindaco Ignazio Marino e dal ministro dei beni culturali Dario Franceschini il 21 aprile 2015. Doveva essere l'embrione di una collaborazione strutturata, un "Consorzio" che però al momento è rimasto inattuato. Ma è la seconda richiesta a svelare la vera partita che si sta giocando in questi mesi sulla gestione dell'Anfiteatro Flavio, una macchina di profitti, il monumento a pagamento più visitato d'Italia (quello gratuito è il Pantheon, attorno al quale già in passato si è infiammata la polemica tra i duellanti Bergamo e Franceschini). «Il patrimonio di Roma afferma all'agenzia Dire l'assessore ai beni culturali del Campidoglio ha bisogno di più fondi di quanti ne siano messi a disposizione oggi tra Stato, Comune e privati». Per Bergamo, la strada è tracciata: «Rimuovendo la competizione che c'è, per effetto dell'esistenza di più organismi che hanno il compito di intervenire su parti del patrimonio, è possibile usare meglio le risorse disponibili, attrarne di più e trovare un punto di equilibrio per cui i trasferimenti dello Stato alla Capitale siano commisurati alla dimensione e unicità di Roma». Un percorso, però, accidentato. Perché al Mibact da due giorni stanno studiando il ricorso da presentare al Consiglio di Stato, nella speranza di ribaltare l'esito della sentenza del Tar e far rivivere una riforma sulla quale Franceschini si è giocato molto. Lui, il ministro, non aggiunge altro. Ieri, al convegno sulle periferie organizzato all'ex Cerimant su via Prenestina, è intervenuto dal palco senza fare cenno alla contesa sul Colosseo. Né ha avuto modo di incrociare Bergamo, intervenuto due ore prima del ministro. Al di là delle aperture del Campidoglio, insomma, resta una difficoltà di dialogo tra le due istituzioni rivelata anche dalle parole del vicesindaco di Roma: «Finché c'è il governo si discute col governo che c'è. Poi magari ce n'è un altro e forse si discute più facilmente». Intanto, però, al netto del conflitto sul Colosseo, governo e Campidoglio potrebbero tornare a parlarsi sul futuro dell'ex Cerimant, la caserma passata al Mibact sulla quale il Cipe ha già stanziato 40 milioni di euro per farne un hub della creatività, recuperando capannone per capannone. «Confermo la disponibilità dell'amministrazione capitolina a collaborare. Ne ho già parlato col ministro», aggiunge Bergamo. Una collaborazione che comunque si preannuncia in salita visto che, come è emerso sempre con maggiore evidenza in questi mesi, lo scontro istituzionale si basa su due concezioni differenti di utilizzo dei beni culturali. «Non è che ci siamo opposti al Parco Archeologico perché siamo cattivi prosegue Bergamo è che quella idea di avere un attrattore turistico separato da tutto il resto della città non porta benefici», è la tesi dell'assessore secondo il quale l'area dei Fori dovrebbe essere «come Central Park a New York», una zona integrata nella città, fruibile da tutti. E questo perché «il patrimonio culturale non è un giacimento per il turismo». Intanto l'assessore incassa il sostegno dell'archeologo e storico dell'arte Salvatore Settis: «Il Parco del Colosseo non si doveva fare perché spezzare l'unità dell'area archeologica romana è un fatto negativo per due aspetti: complica la gestione staale e rende molto più difficili i rapporti col Campidoglio».