Le università, come ormai riconosciuto anche dall'Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur), svolgono tre fondamentali missioni fortemente correlate tra loro: quella della ricerca, quella della didattica e quella rivolta alla crescita culturale ed economica della società. Quest'ultima "terza missione" non si limita quindi solo alla produzione di brevetti per realizzazioni industriali, ma riguarda anche il trasferimento di cultura in senso lato alla società. Le università che, come quella patavina, in virtù della loro storia plurisecolare posseggono un patrimonio ricchissimo, fatto di strumenti scientifici e macchine, reperti naturalistici, beni archeologici e artistici, hanno o dovrebbero avere una marcia in più, maggiori opportunità di eccellere nella terza missione. Infatti, questo patrimonio di inestimabile valore, documento unico della storia della didattica e della ricerca di un'università, può dar vita a originali forme di diffusione della cultura scientifica, superando i limiti di eventi che oggi si ispirano principalmente all'effimero, al ludico, al "festival", alla sagra strapaesana. Insomma, a tutte quelle forme oggi di moda. E un'università non dovrebbe seguire le mode, ma dare gli strumenti per un'analisi critica di pregi e difetti delle modalità correnti della diffusione di cultura, avviando sperimentazioni che aprano nuove e più mature prospettive. Terza missione quindi, ma non solo. Il patrimonio universitario offre insostituibili ausili alla ricerca, come sottolineato da recenti articoli su Nature, e alla didattica. Per la ricerca basti pensare che in Germania nel 2011 il Consiglio Nazionale per la Scienza e le Scienze umanistiche ha rivolto alle università delle raccomandazioni per stimolarle a prendersi cura e valorizzare le loro collezioni in quanto "infrastrutture di ricerca". E per la didattica universitaria si pensi all'object-based teaching, cioè all'insegnamento basato sul patrimonio universitario: questo costituisce oggi un'opportunità su cui si concentra l'attenzione di grandi università americane ed europee, come dimostra il progetto finanziato con 2 milioni di euro per sviluppare l'object-based teaching all'Università di Oxford. Insomma il patrimonio universitario ha grandi potenzialità, finora esplorate solo in parte e che da tempo chi governa le università italiane ha in larga parte trascurato. L'affermarsi della nefasta identità tra università e azienda ha acuito questo atteggiamento: un'università infatti non produce direttamente, se non in minima parte, beni materiali, ma solo beni immateriali (cultura, spirito critico), di enorme importanza per il futuro del Paese ma non valutabili con le categorie del mercato. Aver inserito la "terza missione", nel suo significato più ampio, tra i parametri di valutazione dell'università, ha portato a riparlare dei musei universitari. Bene? Certamente sì, se dalle parole si passasse ai fatti. Per restare all'Università di Padova, esistono numerosi progetti avviati da decenni (il Museo della Spezieria all'Orto Botanico, il Museo di Storia Naturale a Palazzo Cavalli, il Museo di Storia della Fisica) che per essere portati avanti richiedono chiarezza di idee e determinazione. E scelte politiche coraggiose e lungimiranti. L'università non può oggi limitarsi alla (approssimativa) conservazione di un patrimonio che le generazioni passate hanno utilizzato al meglio (per tutte e tre le missioni) e ci hanno consegnato. Valorizzare questo patrimonio, metterlo a disposizione degli studenti e dei docenti universitari e della società non è forse l'unico modo per conservarlo per le generazioni future? Nella società odierna, sempre più smarrita, oggetti e reperti che emozionano, narrandoci la loro storia in modi sempre più accattivanti e molteplici (grazie anche ai mezzi forniti dalle nuove tecnologie), non sono un elemento importante per salvaguardare l'identità culturale, in particolare nelle nuove generazioni? I musei (ma anche le biblioteche) non dovrebbero essere luoghi fisici, e non solo virtuali, nei quali incontrarsi e riscoprire il confronto tra ambiti disciplinari diversi, la discussione non strillata, la propria storia? In questo modo, sia detto per inciso, si stanno da tempo reinventando musei e biblioteche in molte parti del mondo, ma poco in Italia e pochissimo a Padova. Probabilmente a queste domande gran parte della comunità accademica risponderebbe in modo affermativo. E tuttavia non è chiaro come stia procedendo chi ha responsabilità di governo nelle università italiane in generale, e in quella di Padova in particolare. direttore del master di Comunicazione delle Scienze