ROMA. «Non è volontariato: è lavoro e va pagato», questo lo slogan gridato, ieri mattina, dal popolo degli «scontrinisti» romani davanti ai cancelli della Biblioteca Nazionale: 22 in tutto, i volontari dell'associazione Avaca, che per anni hanno prestato servizio nelle sale o in magazzino ma alla fine del mese, anziché lo stipendio ricevevano sempre e solo un rimborso spese (400 euro) dopo aver consegnato una busta con gli scontrini raccolti nei bar e nei negozi, compresi quelli caduti in terra o dimenticati dai clienti. Senza contributi né tutele. Dopo la denuncia pubblica di questa situazione sui giornali tutto è precipitato: l'associazione Avaca pochi giorni fa ha mandato ai «volontari» un sms con il quale li invitava a non recarsi più al lavoro, dopo che il Mibact ha sospeso la convenzione. «Scontrinisti» 2.0: sono le nuove identità di lavoro. Ecco le loro storie. «Ogni 5 del mese a raccattare i soldi in modo umiliante» Laura Leoni, 35 anni, laurea al Dams: «Dal 2010 ho messo da parte ogni mese gli scontrini della spesa alimentare, le ricariche telefoniche, gli scontrini del benzinaio e i biglietti del bus. A volte gli scontrini ci venivano dati anche dai dipendenti per solidarietà. Il presidente della nostra associazione, però, si raccomandava sempre di non presentare scontrini di alcolici: niente birre, ci diceva, sennò il capo di gabinetto del Mibact ci fa storie per il rimborso. Lo scontrinista anche a casa deve restare sobrio. Poi il giorno 5 del mese successivo, portavamo la busta con gli scontrini e la davamo al presidente che ci pagava seduta stante con l'assegno di 400 euro: una cosa piuttosto umiliante, che dite?». «Siamo dei fantasmi. Ora forse tornerò a fare il dog sitter» Andrea Romano, 31 anni, laurea al Dams (Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo) racconta: «Questa protesta ci ha diviso, lacerato, ci sono stati altri "volontari" come noi che per paura di perdere il posto in Biblioteca avrebbero preferito restare in silenzio, non sollevare il caso degli scontrini. Ho ricevuto insulti perfino dalla mamma di uno di loro. Ma questa è una battaglia per i diritti e dobbiamo continuare. In dieci anni in Biblioteca ho fatto di tutto, perfino il vigilantes al cancello nei mesi estivi. Mica un lavoro da poco. Anche piuttosto rischioso. E adesso ci mandano via senza indennità di disoccupazione, né contributi previdenziali. Come "fantasmi". Ora tornerò a fare il dog sitter, sperando in qualcosa di meglio». «Per noi niente diritti. Però ci chiedevano anche il piano ferie...» Viola Casagrande, 29 anni, mamma di una bimba «che non volevano mai prendere al nido perché dicevano che io non avevo un contratto e dunque potevo stare a casa con lei, visto che non lavoravo...». Volontaria, «si fa per dire», dal febbraio 2013, 20 ore settimanali, 4 ore al giorno per 5 giorni a settimana: «Le ferie le davamo a voce, però il piano ferie ci veniva richiesto ugualmente per consentire agli impiegati di programmare le loro». Gli «scontrinisti» della Biblioteca Nazionale, dice, non sono un caso isolato: «Col blocco del turnover nella Pubblica amministrazione gli enti culturali coprono i buchi con i "volontari" come noi, che svolgiamo le stesse mansioni dei dipendenti, ma con zero diritti. Chiediamo almeno una stabilizzazione come precari». «Vivo con i genitori. Ma sfido chiunque a dirmi bambocciona» Federica Rocchi, 32 anni, laurea in Scienze della Formazione, «scontrinista» da 5 anni: «Cosa spinge una persona ad accettare un lavoro così? La disoccupazione. Io vivo ancora con i miei, ma sfido chiunque a chiamarmi "bambocciona". Ho visto un solo contratto in vita mia, di qualche mese. Ho mandato mille curricula in giro. Ho chiesto pure di lavorare in un call-center. Invano. Ora sono di nuovo a spasso, ma di certo gli scontrini non mi mancheranno. E continuerò a lottare per la dignità mia e di tanti altri. Domani sarò alla protesta dei lavoratori Alitalia, lunedì tornerò alla Biblioteca Nazionale, dove il ministro Franceschini verrà ad inaugurare una sala. Spero di potergli parlare a quattr'occhi».