Peter Assmann, austriaco, storico dell'arte e artista, da ieri è il direttore «sospeso» del Palazzo Ducale di Mantova. Che dice di tutto questo? «Posso solo dichiarare che ora non sono il direttore del Palazzo Ducale... Mi trovo all'università di Macerata, mi hanno invitato proprio per parlare del "caso Mantova"». A gennaio il suo bilancio fece scalpore: 360 mila visitatori nel 2016: più 51 rispetto al 2015. E il 2017? «Il trend continua a crescere nei primi quattro mesi rispetto al 2016, il bilancio si fa alla fine dell'anno». Come riassumerebbe la sua formula? «Sintetizzerei con "aprire le porte"! Abbiamo organizzato belle mostre, ora va molto bene "Ecco il gran desco splende, lo spettacolo del mangiare" e poi iniziative collaterali, partnerariati, nuova offerta di didattica. Ecco, il segreto è "aprire" tutto e proporre sempre qualcosa di diverso. I visitatori lo capiscono e apprezzano». Lei si è stabilito a Mantova. Non è preoccupato per il suo futuro? «Non credo siano importanti i miei sentimenti personali ritengo essenziale che il Palazzo Ducale prosegua nel suo sviluppo: ecco, questo è ciò che vedo in pericolo. Sul piano personale è una situazione spiacevole». Cosa pensa della macchina interna del Palazzo Ducale? «Amo l'energia che arriva dal nostro gruppo di lavoro. C'è un incredibile entusiasmo. Siamo in pochi, ma tutti impegnati a trovare sempre soluzioni diverse. È un piacere lavorare in queste condizioni». Quando si parla di musei italiani emergono due parole: burocrazia e sindacati... «Beh, sono due ostacoli oggettivi ma con i sindacati si può ragionare costruttivamente. E con la burocrazia si possono superare molte difficoltà. Ciò che abbiamo realizzato a Mantova è tutto perfettamente in regola, con i sindacati e con la burocrazia». Questa storia le toglie l'amore per l'Italia? «Assolutamente no. Il mio amore per questo Paese è grande, lo difendo continuamente da chi non ne parla bene all'estero. E mi auguro che potrò riprendere un lavoro entusiasmante...».