Quale manager culturale straniero oserà, d'ora in avanti, avventurarsi nel nostro sistema museale? Dopo la «coraggiosa» e avanguardistica sospensione del Tribunale Amministrativo Regionale, una sola cosa è certa: nessun manager culturale straniero si avventurerà mai più nei meandri del nostro sistema museale. Nessun esperto d'arte e di valorizzazione, nessun archeologo con esperienza internazionale, nessuno storico dell'arte che abbia per esempio avuto incarichi in una grande collezione nordamericana, britannica, francese perderà tempo a concorrere a un posto italiano. Perché mai mettere a rischio una carriera già prestigiosa, magari spostando la famiglia e i propri interessi, per poi ritrovarsi letteralmente in mezzo a una strada per i giudici amministrativi laziali? La riforma Franceschini può certo essere contestabile da mille punti di vista: ma ha avuto il coraggio di scommettere sull'internazionalizzazione per uscire da quel certo provincialismo parente stretto della burocrazia e di regole molto rigide. La stampa di mezzo mondo seguì con estrema attenzione sia il concorso che i risultati. Sono arrivati professionisti giovani e motivati, capaci di avviare meccanismi fermi da anni e magari anche di motivare i dipendenti e di interessare i visitatori. Niente da fare, il Tar del Lazio ha bloccato tutto. Il ministro Dario Franceschini afferma di «non avere parole, ed è meglio». Difficile trovare una sintesi migliore. Meglio non avere parole.