STAVOLTA parlerò di grigio, che non è proprio un colore, ma un guazzabuglio, un miscuglio di bianco e nero, una via di mezzo, considerato nell'accezione comune come un "bianco sporco". Ho usato a proposito il termine "miscuglio", credo sia la parola che più si addice alla nostra città, che è un miscuglio di colori, di bianco e nero appunto, ma anche di stati d'animo, di personalità, di stili architettonici, un miscuglio di classi sociali e popoli, di sorrisi solari e facce da criminale, di sapori dolci e salati, pastiera e pizza, sfogliatella e ragù, musica antica e neomelodici, fede e scaramanzia, tradizione e rap. Già, ma che c'entra qui il grigio? A me, lo sapete, piace dare risalto alle piccole grandi cose della nostra città, al bianco per intenderci, ma non disdegno certo di soffermarmi sul grigio (che, in realtà, è la parte preponderante), di parlare dei piccoli grandi problemi quotidiani di Napoli che probabilmente non fanno notizia perché non vendono. Il lungo preambolo per dire che nel grande calderone del grigio oggi, purtroppo, dobbiamo infilarci anche la gloriosa Villa Floridiana, piena di transenne e aree chiuse al pubblico, di alberi lasciati marcire e non potati, con giardini non curati e pieni di buche. Questo è diventato il parco del Vomero, e lo dico con grande rammarico, io che ci sono cresciuto e ancora ricordo le emozioni dei tanti pomeriggi trascorsi ad arrampicarmi sui suoi alberi. Con gli amichetti di allora correvamo fra i viali ora inaccessibili e ci immaginavamo esploratori di un'isola deserta, alla ricerca di un importante tesoro. E la sera tornavo a casa con le mani sporche di terra e l'odore delle foglie sotto le unghie, con gli aghi di pino infilati nei calzini e i graffi delle cortecce sulle ginocchia. Qualche settimana fa vi ho portato mio figlio per l'inaugurazione di un'area attrezzata per i bimbi, delle giostrine insomma. In realtà "l'area attrezzata" consta di due altalene e uno scivolo. Per carità, ben vengano le altalene e lo scivolo, soprattutto perché sono stati voluti e acquistati dal Rotaract Distretto 2100, un'associazione di giovani che si dà da fare per aiutare e valorizzare la società. Quindi è merito loro se all'interno del parco oggi esistono almeno quel paio di giochi. Tra l'altro ho letto che ci sono voluti due anni per ottenere i permessi dalla Soprintendenza. Due anni. Ma non è questo il punto. Il punto è lo stato indecoroso nel quale versa il parco. Così mi sono messo su internet per cercare di capirci qualcosa, per sapere di chi è la colpa di questo sfascio, ma non ho cavato un ragno dal buco. Nel senso che potrei stare qui a dirvi dei passaggi burocratici, delle convenzioni, degli scaricabarile, e alla fine torneremmo al punto di partenza: e cioè che, allo stato, della Floridiana non se ne occupa nessuno. "C'è un piacere nei boschi senza sentieri, c'è vita laddove nessuno si intromette", diceva giustamente Lord Byron nei suoi versi. I bambini hanno diritto a sentirsi protetti dal bosco e dalla terra, a inzaccherarsi i pantaloni di fango, a sbucciarsi le ginocchia e a pungersi con l'edera. Hanno diritto di imparare a orientarsi in quei luoghi dai quali proveniamo. Non so di chi sia la colpa e non mi piace puntare l'indice, dico solo che l'unico parco giochi presente al Vomero è quello dei giardinetti di via Ruoppolo, dove per terra c'è un finto prato. E che le aiuole della Villa comunale, a oggi, non sono state potate e l'erba incolta continua a crescere. È un discorso più generale direte, il nostro è un Paese che non ha uno straccio di politica sul verde e che tende a ridurre sempre di più le risorse per l'ambiente. Va bene, allora rispondo che secondo l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), Napoli, con il 62 per cento del territorio, è la città più cementificata d'Italia. Vogliamo che i turisti capiscano e apprezzino la bellezza della nostra città, che si smetta di parlare solo e sempre del nero, e poi non sappiamo tenere in piedi un giardino pubblico, non siamo capaci di destinare un'area verde ai nostri bambini, costretti da sempre ad accontentarsi di rincorrere un pallone su uno spiazzo di cemento, fra una panchina arrugginita e una fermata del pullman. Ecco, questo è uno dei tanti grigi di Napoli, signori miei. E non fa notizia.